Gli “Sdaleen” di Carboni Enrico – Nr.5 – I pilastrini di Montovolo

Montione-Camugnano

2013/01/27, Vergato – Montovolo, la “Montagna Sacra”, nota per il suo antico Santuario posto alla sua sommità, meta di pellegrinaggi ed escursionisti, con la sua “terrazza” sulla vallata del Reno, la vista a perdita d’occhio fino al santuario di San Luca, visibile nei giorni privi di foschia e le distese di terreni coltivati o boschivi dove si incontrano:

I Pilastrini di Montovolo

Col termine pilastrini s’intendono in senso stretto quegli “sdaleen” costruiti con pochi grandi blocchi di arenaria sovrapposti e che grazie a questa tecnica costruttiva ed alle caratteristiche del materiale impiegato, si presentano alti e slanciati, veri e propri piccoli campanili in miniatura. A differenza dei piloni, loro diretti progenitori, che come abbiamo gia visto in occasione della presentazione di quelli di Cereglio, Camperolo e Turziano, si presentano massicci e robusti proprio perchè costruiti in muratura, i pilastrini devono la loro eleganza al fatto di essere scolpiti in arenaria, cioè un materiale compatto, forte e resistente che può avere un rapporto base/altezza molto più favorevole e quindi consentire costruzioni alte e slanciate. L’arenaria inoltre si presta ad essere lavorata anche molto finemente con decorazioni e modanature molto ricche (vedi il pilastrino Razola, N.1 della Galleria).

A partire dai primi dell’ottocento la qualità e l’estetica degli sdaleen cambia radicalmente e assistiamo ad un forte sviluppo dei pilastrini in arenaria, in particolare in un intorno di Montovolo, principalmente nei comuni di Grizzana, Camugnano e Castel di Casio. Da qui la denominazione: i pilastrini di Montovolo.

Le ragioni principali di questa innovazione vanno ricondotte all’esistenza in loco della Pietra di Montovolo e delle cave da cui viene estratta, cave che sono attive fin dall’alto medioevo, ma che nell’ottocento e nei primi anni del novecento raggiungono il massimo sviluppo per poi decadere fino alla chiusura negli anni 60/70 del secolo scorso. Un’altro motivo, strettamente collegato al primo, è l’esistenza in zona di maestranze qualificate, gli scalpellini che appresa anticamente l’arte del lavorare la pietra dai maestri comacini di ritorno dalla vicina toscana sul finire del 1300, dove avevano lavorato nelle cattedrali di Pisa, Lucca, e Pistoia, (Arturo Palmieri – La montagna bolognese nel Medio Evo-1929), l’hanno tramandata nei secoli. Se questi due motivi giustificano la tipologia degli sdaleen in blocchi di arenaria scolpiti e sovrapposti, presenti attorno a Montovolo, resta da spiegare la grande diffusione che ne riscontriamo in questo territorio, prova evidente di una devozione popolare molto ampia e diffusa. La spiegazione è semplice e va correlata al ruolo e all’importanza che Montovolo ha avuto nei secoli come montagna sacra prima etrusca e romana, cioè pagana e quindi cristiana. Con riferimento al culto cristiano Oriano Tassinari Clò, nel suo libro Terra e gente di Vimignano-1987, asserisce che già prima del Mille, Montovolo era uno dei tre massimi centri della fiorente spiritualità appenninica emiliana assieme a San Colombano di Bobbio e San Pellegrino in Alpe. Michelangelo Abatantuono, nel libro Il Sinai Bolognese-2012, dà conto che dalla seconda metà del duecento il complesso cultuale di Montovolo era divenuto il santuario nazionale bolognese della montagna, collegato com’era al Vescovo di Bologna attraverso il Capitolo di S. Pietro. E’ evidente che tutto questo ha influenzato fortemente la devozione religiosa delle comunità insediate attorno al Montovolo contribuendo alla diffusione di questi pilastrini, senza dimenticare che gli sdaleen contrassegnavano anche tutti i percorsi devozionali che da tutte le direzioni portavano i pellegrini a piedi fino al santuario. Ecco spiegata la grande diffusione dei pilastrini di Montovolo attorno alla montagna sacra e la loro singolare qualità estetica.

Vediamone alcuni: Il pilastrino Spiaggiola di Castel di Casio, che compare in copertina sullo sfondo innevato del Montovolo e del Monte Vigese è il più antico di quelli presentati (1819), ma è ancora in buone condizioni di conservazione a parte le targhe che sono state depredate e parzialmente sostituite. Il pilastrino di Cambra (ricordato anche come madonnina di Cambra) eretto nel 1880 in un bivio della vecchia strada che collegava Luviero a Campolo, in prossimità di una delle cave di arenaria più importanti (la cava di cambra), si presenta alto e slanciato in discreto stato di conservazione, con ancora due delle targhe originali raffiguranti la B. V. di S. Luca e S. Antonio Abate.

PIL.Campolo-civ.38

Davanti alla casa detta dello spedalino, al numero civico 38 di Campolo, abbiamo un secondo pilastrino eretto nel 1876 secondo i canoni del pilastrino ottocentesco in arenaria di Montovolo, interpretati con rigore compositivo ed eleganza. Interessanti le scanalature doriche nella colonna e le tre targhe in ceramica con cornice a tempietto e fioriera della seconda metà dell’ottocento, raffiguranti la B.V. di S. Luca, S. Antonio da Padova e S. Antonio Abate, usurate dal tempo, ma ancora leggibili.

Un terzo pilastrino molto simile al precedente, con le stesse scanalature nella colonna e le stesse nicchie, e con alcune decorazioni nel dado degne di rilievo, si ergeva all’inizio della salita che introduce al borgo di Sterpi, ma nell’inverno 2012 è caduto e si è spezzato in due tronconi ed attualmente è a terra nel prato della casa sottostante, in attesa, mi auguro, di essere restaurato e ricollocato al suo posto.

Un quarto pilastrino della serie è quello vicino a Cà Montione, a fianco del lavatoio che si trova all’inizio della vecchia strada per Verzuno. Il contesto ambientale, la sorgente, la fontana, il lavatoio, la fattura semplice ed elegante lo collocano ai primi posti di una ipotetica graduatoria. Un quinto pilastrino allontanandoci da Campolo, che presenta particolari decorazioni che lo distinguono dagli altri, è quello che troviamo nel borgo di Savignano. Particolarmente slanciato ed elegante reca nella colonna l’iscrizione con la data di costruzione (1895) e le generalità di chi l’ha fatto fare (F.F.) (Lorini Eugenio), accurate decorazioni ornano la colonna con il monogramma di Maria, con vasi e fiori, e il dado della cuspide con scanalature e palmette di ottima fattura. Un sesto pilastrino molto simile al precedente per eleganza e decorazioni, lo troviamo all’interno del borgo di Cà Rio perfettamente integrato con gli edifici storici che lo circondano, costruito nel 1894 conserva ancora pregevoli targhe con immagini della B.V. di S. Luca, di S. Vincenzo Ferrer e di S. Antonio Abate. Per completare la rassegna e chiudere il cerchio ideale attorno al Montovolo, sul versante Nord-Nord-est, gli ultimi due pilastrini: quello di Prada, posto all’inizio del viale che porta al Palazzo e che evoca antichi splendori definitivamente scomparsi assieme alla chiesa e al campanile di Prada e quello con meno pretese, ma molto dignitoso di Mesola, a Monte Acuto Ragazza, che ha perso tutte le immagini originali, ma resiste alle ingiurie del tempo e degli uomini.

 

Articoli correlati: Vedi il nr. 1 – RazolaVedi il nr. 2 – CereglioVedi il nr. 3 –  L’Edicola Votiva, Vedi il nr.4 – Il pilone di Camperolo

Vai al menù/categoria: Galleria degli “sdaleen” dell’Appennino di Carboni Enrico

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