Il lago di Ecchia – La leggenda della casa, del bue e della vecchia

VN24_01_Ecchia-F.di Copertina Fantini 722013/08/02, Prunarolo – Una storia che torna… un evento del 1536 che ancora ci ossessiona… raccontata in maniera tecnica da Enrico Carboni… ma il mistero continua!

LA STORIA DEL LAGO D’ECCHIA DI PRUNAROLO: una leggenda che viene da lontano e che di recente ha trovato alcune inquietanti conferme 

Era il 1536 quando una frana di grandi dimensioni (“un’estesa lavina”) sconvolse i versanti sotto le rive di Prunarolo, alle falde del Monte Pero (“ridusse una parte di quei monti ad avvallarsi”), creando un invaso naturale (“formando con una porzione di montuosa pendice un cratere o catino sopra un fondo argilloso”) che presto fu riempito dalle acque sorgive presenti nella zona, dando vita al lago d’Ecchia.

Così racconta nel suo diario, pubblicato a Bologna nel 1877 a cura di O. Guerrini e C. Ricci, Iacopo Rainieri, cronista bolognese vissuto nel 1500.

VN24_02_Ecchia-2a Fornasini LucianoLa storia è plausibile in quanto compatibile con la natura dei terreni e la loro disposizione. Si tratta infatti di “depositi di versante” originatisi per gravità e ruscellamento superficiale delle rocce sovrastanti nel corso delle ere geologiche; depositi che si sono accumulati al piede delle scarpate, dove la pendenza si fa più dolce, dando vita ad accumuli detritici eterogenei ed incoerenti all’interno dei quali si possono raccogliere importanti falde d’acqua che a volte affiorano in superficie dando luogo a sorgenti. Una grande quantità di acqua, a seguito di un lungo episodio piovoso, (“e questo fù per la grande piova che piuvì in quei dì“), accumulatasi all’interno di questi terreni, già per loro natura poco stabili, può essere stata la causa scatenante che ha provocato la frana, e quindi determinato la formazione del bacino di raccolta; la presenza di molta acqua sorgiva può essere la ragione per cui il lago si è riempito rapidamente e si è mantenuto nel tempo. Ma se questa può essere la spiegazione tecnico-scientifica della formazione del lago, altre spiegazioni, non meno interessanti, si sono accumulate nel tempo e sono arrivate fino a noi sotto forma di leggenda. Le nostre nonne, nelle notti d’inverno accanto al focolare, erano solite raccontare ben altra storia circa l’origine del Lago d’Ecchia! Si raccontava di una vecchia che abitava in una bella casa, collocata esattamente dove ora c’è il lago, costruita con blocchi squadrati di travertino (la sponga presente in zona, simile a quella di Labante) e di un gruppo di coppie di giovani gaudenti che erano soliti in quella casa ballare nudi, al suono di un violino, nelle notti di plenilunio, dando vita a sfrenati sabba satanici che inorridivano la sensibilità delle genti del luogo ed in particolare della vecchia che era costretta ad assistervi. Vane furono le proteste e gli ammonimenti della vecchia che scandalizzata passò ad invocare l’intervento e la punizione divina che in questo caso non tardò ad arrivare. Una sera, durante l’ennesimo scandaloso ballo, la vecchia vide l’acqua entrare dal camino e riempire in un’attimo tutta la casa, che sotto l’immane peso sprofondò con tutti quelli che vi erano all’interno negli abissi dell’inferno. Quando finalmente ritornò la quiete, della casa non vi era più traccia ed al suo posto si era formato un lago, il Lago d’Ecchia (per questo qualcuno fa derivare il nome “Ecchia” da “ Vecchia”).
VN24_3a Capri Giuliano Casa-7Molti raccontano ancora che nelle notti di tempesta, quando le acque del lago si agitano sferzate dal vento e dalla pioggia battente, si possono ancora udire distintamente il suono del violino e le fragorose risate dei giovani gaudenti. L’abate Serafino Calindri, nel suo monumentale e preziosissimo Dizionario Corografico, Georgico, Storico…d’Italia, edito nel 1782, ci fornisce ulteriori informazioni: “E’ questo lago nei beni della famiglia Becchetti della quale è benemerito ed eruditissimo P. F. Filippo Angelico Domenicano…”  Si deve forse a questa famiglia la ricostruzione della casa e della stalla-fienile avvenuta alla fine del 1500 dopo che la frana si fu stabilizzata, come si evince da una pietra angolare che porta la data del 1597 e dall’iscrizione rinvenuta su di un coppo dell’antico coperto, che reca la data “ AD 12 Agosto 1596 “ (60 anni esatti dopo la distruzione!), assieme alla firma lasciata dal fornaciaro “Bastiano”. Il Calindri sembra poi non conoscere o non dare importanza, alla leggenda della non misurabilità della profondità del lago d’Ecchia, affermando che lo stesso ha:” profondità di circa quattro uomini nel maggior profondo”, mentre ci dà conto di un’altra singolarità, la presenza nel centro del lago di una “quora”, una sorta di isola galleggiante del tipo di quelle descritte da Plinio nella sua “Historia naturalis”, del I sec d.C. :

“ un grosso suolo di radici di erbe palustri intralciate insieme ed assodate con terra trasportata da venti e dalle torbide, in una parola della natura presso poco delle isole natanti ricordate da Plinio”

Digital StillCameraInteressanti conferme, anche se con una diversa ipotesi circa l’origine del nome, ci arrivano da Luigi Ruggeri, storico bolognese, che nel suo libro le Chiese parrocchiali della diocesi di Bologna, edito nel 1849, trattando di Prunarolo, non dimentica di parlare del lago d’Ecchia e delle sue leggende riferendo di aver sentito dire che dalle case vicino al lago,

“chi ha buona vista, quando il lago è quieto, si mostrano sott’acqua una torre ed alcune muraglie d’ un borgo detto Ecchia il quale vi si sommerse e lasciò il suo nome allo stagno come sommergendosi lasciarono già i loro ed Icaro ed Egeo e Benaco ed altri a molti seni di mare o a laghi. Di questo borgo si vedono i merli della torre, i comignoli, i camini e persino una croce ed un abbaino sul tetto di una casa..”

Lo stesso Ruggeri sembra avvalorare la tesi della non misurabilità della profondità del lago, che darà vita in tempi recenti ad alcune spedizioni pseudo-scientifiche di alcuni burloni Vergatesi di cui tratteremo più avanti, affermando:

“ e la di cui profondità non si è potuta mai misurare né definire collo scandaglio, poiché le acque stravenano di sotterra e lo mantengon ricolmo in ogni stagione senza l’aiuto delle pioggie e del piccol rio che vi mette foce”.

Digital StillCameraIn effetti la leggenda che il lago non avesse fondo e che si trattasse di una specie di  dolina/inghiottitoio che sprofondava nei meandri del sottosuolo e che quindi fosse impossibile misurarne la profondità, ha trovato nel tempo numerosi sostenitori, i quali oltre a far notare che la presenza nel sottosuolo di rocce calcaree rende verosimile la presenza di cavità carsiche siffatte, portavano come prova i numerosi accadimenti che erano avvenuti nei secoli e che non trovavano spiegazione plausibile: dapprima che il lago avesse inghiottito completamente la casa della vecchia e dei giovani gaudenti, secondo altri l’intero vecchio borgo di Ecchia. In epoca successiva si raccontava di un paio di buoi con relativo biroccio letteralmente scomparsi negli abissi del lago, in tempi più recenti, durante la seconda guerra mondiale, si favoleggiava addirittura che un’intero carro armato fosse scomparso nel lago con tutto il suo carico di armi e munizioni. Sarà stato per tentare di risolvere questo mistero, che nei primi anni settanta, un gruppo di simpatici e geniali burloni Vergatesi, che Peppe Bernardi in un cartello che annunciava al paese l’impresa, definì sagacemente “astrolaghi”, organizzarono più di una spedizione per tentare di misurare la profondità del lago.
Una burla di paese sullo stile di quelle del film Amici Miei di Mario Monicelli. Armati di strumenti messi a punto durante interminabili discussioni al bar, finirono per tendere un cavo metallico fra le due sponde del lago, vi applicarono al centro una carrucola dalla quale scendeva una fune con un grosso peso attaccato ad una estremità come scandaglio, mentre tutti gli astrologhi tenevano in mano l’altra estremità pensando di dover reggere un peso insopportabile mano a mano che lo scandaglio fosse sceso fino alle profondità incommensurabili del lago. Ad una voce del capo spedizione (Napoleone) che disse solennemente “date corda”, cominciarono a far scendere lo scandaglio: un metro, due metri, tre metri…., a questo punto i ricordi degli astrolaghi ancora viventi si Digital StillCamerafanno incerti, alcuni credono di ricordare che nella costernazione generale la corda cominciò quasi subito ad arrotolarsi sulla superficie del lago in spire sempre più larghe dando conto di una profondità irrisoria, altri ricordano perfettamente una profondità misurata di almeno 14 metri e che poi la corda fini e non si potè procedere oltre, altri ricordano che nel più bello la corda si ruppe e lo scandaglio raggiunse il carro con i buoi nelle profondità del lago. Purtroppo i responsabili di quelle spedizioni non ci sono più e non possono aiutarci a svelare il mistero, ma sono proprio loro che in questa occasione vogliamo ricordare con particolare affetto e gratitudine: Pietro Carletti (elettricista), suo zio Walter Colombi (muratore) e Rondelli detto Napoleone (fabbro), tre instancabili animatori della vita associativa vergatese, che in tutte le occasioni (in primis nei carnevali vergatesi!) sono stati presenti e disponibili con le loro abilità professionali, il loro grande impegno, ma anche con l’allegria e la simpatia che li caratterizzava. Ma la storia non è ancora finita, l’arcano non si disvela, anzi riemergono inquietanti conferme! Recenti lavori di dragaggio del lago, eseguiti dall’attuale proprietario Giampaolo Parazza, hanno portato alla luce alcuni reperti di grande interesse. Dalle profondità del lago sono emersi come d’incanto alcuni blocchi squadrati di sponga a testimoniare la presenza nel lago dei resti di una casa (è quella della vecchia della prima leggenda? È una di quelle del vecchio borgo di Ecchia della seconda?). E’ emerso inoltre lo scheletro di una testa di bue assieme ad un rocchetto in legno facente parte delle finiture del biroccio.
Digital StillCameraCome se non bastasse è emerso anche un proiettile di carro armato! Ma allora non erano leggende! Erano fatti veri, realmente accaduti. Come la mettiamo adesso? Il mistero del lago d’Ecchia rimane irrisolto, le leggende anziché trovare smentite trovano conferme, il dubbio è destinato a durare ancora per molto tempo! C’è un’ultima singolarità che và ricordata e che bene s’innesta nel mix di storia, magia e leggenda che aleggia sul luogo. Nel lago, data la qualità purissima delle acque sorgive che lo alimentano, vive ancora la sanguisuga (Hirudo medicinalis), questo anellide ormai quasi scomparso e che recentemente è stato protetto come specie prossima all’estinzione, ma che nel passato è stato oggetto di tanta attenzione e impiego nella cura di molte malattie attraverso la pratica antichissima del salasso. Quello che pochi sanno è che per tutto l’800 il lago d’Ecchia ha fornito sanguisughe a tutte le farmacie di Bologna e provincia, risultando il più importante allevamento di mignatte di tutto l’Appennino bolognese.

N° 7 FOTO E RELATIVE DIDASCALIE

1)- Foto di copertina- Foto del lago d’Ecchia scattata nel 1972 da Luigi Fantini,
al tempo delle spedizioni degli “astrolaghi”– (pag.336 del Vol. II- Antichi edifici della montagna bolognese)
2)- Alcuni componenti il gruppo degli “astrolaghi” accanto alla sig.a Palma, compagna di Ugo Parazza, proprietario del fondo nei primi anni 70. Si riconoscono da sx: Luciano Fornasini proprietario della foto, Gentilini Fabrizio, Carletti Pietro, Preci Alfredo, Colombi Walter, Capri Italo e Rondelli, detto Napoleone.
3)- Particolare del pesante scandaglio calato al centro del lago. Si riconoscono da sx: Rondelli Francesco, Neri Giuseppe, Capri Giuliano proprietario della foto, il braccio che spunta a sx è di Negri Alberto, più noto come Pilly.
4)- Blocchi di sponga recuperati dalla draga
5)- Scheletro della testa di bue e rocchetto di legno del biroccio recuperati dal lago.
6)- Resti di un proiettile di carro armato ripescato dal lago.

7)- Il lago d’Ecchia in una foto recente, con la draga che serve a tenerlo aperto, ma anche a distruggere parte della vegetazione riparia e palustre che lo caratterizza, compresa la “quora” che galleggiava al centro del lago e che tanto aveva incuriosito l’abate Serafino Calindri nella seconda metà del settecento.
E le foto dall’archivio di famiglia di Claudia Carletti, sorella di Pietro l’astrolago 

 

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