Le zirudelle della Leggiadrina – Zirudela d’un capot ross

2014/03/03, Vergato – Ecco la 140301_Disegno zirudella 2 3 copiazirudella della Leggiadrina, dopo la Zirudela d’un an de scóla, ecco la seconda. Storia di una bambina e di un cappottino rosso… a volte triste e a volte divertente, ma in questa storia troviamo la scuola dei nostri nonni o genitori nati in campagna; la scuola lontana da casa da raggiungere a piedi, i doppi turni, i fratellini, i vestiti che passavano da uno all’altro… la Zirudella di un Cappotto Rosso!  (La vignetta, come per la precedente, è di Francy)

Ma se queste zirudelle raccontano la vita dei nostri antenati, perchè non tentare di capirne anche le lingua parlata… il dialetto? Casomai sforzandosi di non leggerne la traduzione, sembra difficile ma basta provarci e presto si prende il filo… il dialetto è nell’aria… basta ascoltarlo!

A i êra ‘na volta…

ZIRUDELA
Zirudela d’un capot ross
ch’ e’ pareva e piò bel ch’ai fòss
per la patoza ch’al psè spianê
quand a scóla la tachè a ‘ndê.
‘Na principèssa l’as sentiva,
perché, ed solit, as metiva
e’ capot o la stanela
ch’ la gniva cenna a sô sorela.
La so’ cà l’era fora ed mê
E la scóla propi luntê,
pr’ an la fê andê da sóla
sò meder, in ti dè de scóla,
cô lê l’andeva a un casoler
in do’ ai steva di eter scoler.
E srê sta so desideri
dla sorela avê l’oreri,
cioè andei a la matenna,
lê, però, ch’ l’ era piò cenna
ai andeva dopp mezdè.
Ma ‘na vólta e capitè
ch’ ai fò un po’ ed rivoluziô:
al pió grandi, dopp leziô,
as fermetten onn’ orètta
pr’ imparê a fê la solètta.
L’era bel insemm psê stê
e po’ tornê a cà cô lê,
ma, pasà poch piò d’un’ óra,
la sorela l’andè fora
e la cènna, in dispraziô,
la tachè a fê confusiô.
La zifgheva a tôtta vôs,
la metiva la mestra in crós,
perché a calmela an ariusiva
e la leziô an proseguiva,
ma a la féi a se stufè,
fóra da l’oss a la sbatè
e, quand l’era zò pr’i scaléi,
ai tirè drè e’ capotéi.
La patoza al ciapè in vôl
a s’al mess a la maj ch’ass pôl,
po’ veja drè a sô sorela.
A si atachett a la stanela
E a la tgeè strecca fin a cà.
Ma so’ meder, maravja:
“Cumela ch’ t ê què ench a tè?”
“Per mè la scóla l’è finè!”
“Cos’a t’el mai capità?”
“ La mestra l’è maleducà.”
“An vojj brisa ch’et degghi acsè.”
“ Alóra comme a ciamet tè
onna ch’at bótta e’ tó capot
zó per la schéla comme un fagot?
S’an l’ha lê l’educaziô
comme la fèla a dê leziô?
A me ‘sta mestra l’an me piés,
a stôgh a cà e lasêm in pês.”
Ai fó un consult ed fameja:
“La soluziô, la mej ch’ai seja,
l’è ch’la perda un an de scola.
Tropa streda da fê sóla
e stetr an l’è un eter quèl,
la i va insemm a sô fradèl!”
Forsi e pôl fê maravjê
che inciû l’andéss a controlê,
ma zertament bsoggna capî
che de melnovzentquarentatri,
cô la guera ch’l’infurieva,
a sti quê an si badeva
e la Cmunna e i Carabinier
i aveven propri eter penser
che preocupes d’ ‘na ragazôla
ch’la perdiva un an de scóla.
A lê, perô, ed studiê ai piaseva
e vést che in cà beli l’aveva
per la scola e’ neceseri:
la matita, e’ silabèri,
i penéi e la canétta,
e po’ i fèr per la solètta,
ogni dè che Dio mandeva
a studiê la dedicheva,
ed so’ méder cô l’aiut,
pió dagl’ ór che di minut.
La riuscè acsè a imparê
a lezzer, a scriver e a contê,
cô al leziô fati da sóla,
comme chi l’era andà a scóla,
ma, l’an dopp, cô i set beli compè,
fê la seconda lê l’an psè,
perché an aveva la pagela.
Tocch e dai la zirudela.

Leggiadrina

C’era una volta…
ZIRUDELLA
Zirudella d’un cappotto rosso
Che sembrava il più bello che ci fosse
Alla bambina che lo poté “spianare”
Quando a scuola cominciò ad andare.
Una principessa lei si sentiva,
perché, di solito, si metteva
il cappotto o la gonnella
che diventava piccola a sua sorella.
La sua casa era fuori di mano
E la scuola proprio lontano,
per non farla andare da sola
sua madre, nei giorni di scuola,
con lei andava fino ad un casolare
dove abitavano altri scolari.
Sarebbe stato suo desiderio
Della sorella avere lo stesso orario,
cioè andarci alla mattina,
lei, però, che era più piccola
ci andava dopo mezzogiorno.
Ma una volta capitò
Che ci fu un po’ di rivoluzione:
le più grandi, dopo la lezione,
si fermarono un’oretta
per imparare a fare la calzetta.
Era bello poter stare insieme
e poi tornare a casa con lei
Ma, passato poco più di un’ora,
la sorella andò fuori
e la piccola, in disperazione,
cominciò a fare confusione.
Piangeva a tutta voce,
metteva la maestra in croce,
perché a calmarla non riusciva
e la lezione non andava avanti,
ma alla fine si stancò,
la buttò fuori dalla porta
e, mentre era giù per gli scalini,
le tirò dietro il capottino.
La bambina lo prese al volo
e se lo infilò alla meglio,
poi via, dietro a sua sorella.
Vi si attaccò alla gonna
e la tenne stretta fino a casa.
Ma sua madre, meravigliata:
“ Com’è che sei qui anche te?”
“Per me la scuola è finita!”
“ Cosa mai ti è successo?”
“La maestra è maleducata.”
“ Non voglio che parli così.”
“Allora come chiami tu
una che getta il tuo cappotto
giù per la scala come un fagotto?
Se non ha lei l’educazione
come fa ad insegnare?”
A me questa maestra non piace,
sto a casa e lasciatemi in pace.”
Ci fu un consulto di famiglia:
“La soluzione, la migliore che ci sia,
è che lei perda un anno di scuola.
Troppa strada da fare da sola
E l’anno prossimo è un’altra cosa,
ci va insieme a suo fratello!”
Forse può fare meravigliare
che nessuno andasse a controllare,
ma certamente bisogna capire
che nel millenovecentoquarantatre,
con la guerra che infuriava,
a queste cose non si guardava
e il Comune e i Carabinieri
avevano proprio altri pensieri
che preoccuparsi di una bambina
che perdeva un anno di scuola.
A lei, però, piaceva studiare
E visto che in casa aveva già
Il necessario per la scuola:
la matita, l’abbecedario,
i pennini e la canètta,
e anche i ferri per fare la calzetta,
ogni giorno che Dio mandava (in terra)
a studiare lei si dedicava,
con l’aiuto di sua madre,
Delle ore, piuttosto che dei minuti.
Riuscì così ad imparare
a leggere, a scrivere e a contare,
con le lezioni fatte da sola,
come chi era andato a scuola,
ma, l’anno dopo, con i sette già compiuti,
non potè frequentare la seconda
perché non aveva la pagella.
Tocca e dai la zirudella.

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