Stefania Lapenta – Fontana di Luigi Ontani a Vergato; l’innocenza di fauno

2019/05/14, Vergato – Riceviamo in allegato la lettura della fontana che ha fatto la docente di storia dell’arte del Fantini la professoressa Stefania Lapenta ( Storica dell’Arte e docente di Lettere e Storia dell’Arte all’IIS “Luigi Fantini” di Vergato) che oltretutto ha fatto una lezione nella Piazza della Stazione ai ragazzi il giorno “dell’esorcista”.

Una persona molto quotata nell’ambito della storia dell’arte. Molto preparata e quindi utile per tutti noi dare voce a questa  lettura critica dell’opera di Luigi Ontani

L’INNOCENZA DI FAUNO: QUALCHE RIFLESSIONE ICONOGRAFICA – E NON SOLO – SULLA SCULTURA DI LUIGI ONTANI A VERGATO

Ho visto la fontana che Luigi Ontani ha consegnato a Vergato pochi giorni dopo la sua inaugurazione: i miei studenti me ne parlavano riportando giudizi discordanti e chiedevano un mio intervento che li aiutasse a comprendere. L’opera risultava interessante, strana, bizzarra, ma forse anche brutta, anzi sgradevole, bruttissima. “Mi piace, non mi piace, è orrenda, ma che vuol dire? Cosa rappresenta?”. Alcuni di loro sembravano perplessi, altri incuriositi, altri addirittura irritati da quello strano, estraneo oggetto che sfacciatamente faceva mostra di sé nella piazzetta della stazione ferroviaria del paese, del loro paese.


Bisognava dunque che la vedessi con i miei occhi e ci sono andata. L’ho guardata con attenzione, a lungo, lasciando che il mio sguardo frugasse tra le forme e i simboli per fare associazioni, per cogliere collegamenti, ispirazioni, suggestioni, motivi, richiami.
Le ambiguità, le accentuazioni erotiche e quel gusto ironicamente kitsch che attraversa l’opera del maestro vergatese si riverberano anche in questa scultura acquatica, surreale e decisamente straniante nel contesto anonimo della piazzetta della stazione. RenVergatellAppenninMontovolO rivela subito il suo intento allegorico: evocare la forza selvaggia della natura dell’Alta valle del Reno; il suo fiume e i suoi affluenti e poi le vette che vegliano sul loro corso. Quelle di questo Appennino, così ricche di tracce e memorie delle civiltà che, nei secoli, le hanno abitate.
Per celebrare questi luoghi, che sono anche i suoi luoghi, Ontani ha parlato naturalmente la sua lingua, ricorrendo alle suggestioni delle tradizioni mitologiche, al potere evocativo dei simboli, all’effetto provocatorio e spiazzante di certe forme e di certi accostamenti cromatici e materici. È ormai noto – lo scultore lo ha dichiarato in più occasioni – che il fauno bronzeo dagli occhi rapiti rappresenta il fiume Reno che accoglie sulle sue spalle un’androgina creatura alata, immagine del Vergatello. Entrambi si appoggiano su un uovo dorato (che richiama Montovolo, sede di un antico santuario etrusco), chiuso nell’abbraccio di un serpente che si morde la coda: è l’Ouroboros, il simbolo antichissimo della ciclicità del tempo, dell’energia universale che si consuma e si rinnova di continuo, dell’eterno ritorno e dell’immortalità. Uovo, serpente, fauno, creatura alata sono ospitati poi in un bacile descritto dal corpo candido di una creatura caudata, metà femmina e metà maschio, che è lì per rappresentare l’Appennino (che deve, forse, il suo nome al celtico dio Pen, signore delle alture) e la cui iconografia richiama quella di Shiva Shakti, la divina coppia cosmica dell’immaginario mitologico indù, che rappresenta l’incontro fra le due polarità archetipiche del Maschile e del Femminile – gli eterni e sacri amanti.
E poi occhi, bocche, falli eretti, fessure e pertugi che stillano acqua generosamente, per celebrare il potere vivificante e generativo della natura, con la sua sapiente capacità di rinnovarsi, di fecondare ed essere fecondata.
La scelta del fauno, in questo contesto iconografico e simbolico, è dunque evidente: antichissima divinità italica, Fauno ha una connessione spontanea e intima con le selve, i boschi, i luoghi ombrosi, dove vive ed esercita le sue facoltà oracolari e dove avrebbe insegnato agli esseri umani
un modo più equilibrato di vivere. Selvatico civilizzatore – quando il suo culto venne associato a quello del dio greco Pan- Fauno cominciò a essere rappresentato con zampe di capra e piccole corna sulla testa e le due figure si fusero. Pan/Fauno divenne una creatura irsuta, che suona la siringa (un flauto) e che, spinta da un’insaziabile bramosia erotica, insidia le giovani ninfe. Divinità panica e ancestrale, nelle sculture ellenistiche e romane, ma anche nella pittura di soggetto mitologico dell’Età moderna, Fauno/Pan è rappresentato mentre danza forsennatamente per celebrare la potenza della vita (il Fauno di Pompei); mentre è accasciato su una roccia e dorme sonni profondi dopo una notte di eccessi (il Fauno Barberini); con il corpo scosso e gli occhi abitati dall’estasi orgiastica (il Fauno di Mazara del Vallo).
Vitalità, celebrazione, sensualità, rapimento estatico: sono dunque questi i valori che una lunga e ben documentata tradizione ha attribuito alla figura del fauno e che, immagino, anche l’opera di Vergato voglia evocare.
Nessuna fondatezza hanno dunque le assurde polemiche sollevate nei giorni scorsi contro la scultura (tacciata di rappresentare il “maligno”) e gravissimi restano i fatti che le hanno seguite. Come il letame che è stato lanciato contro l’opera di Ontani e le porte del suo museo, l’ignoranza imbratta, insozza e nutre intolleranza, rifiuto del diverso, inconsapevolezza, afasia critica, cieca aggressività. Fetidi effluvi di questi tempi opachi che, certo, ci indignano ma contro i quali ci sono potenti antidoti: incuriosirsi, conoscere, studiare, imparare, capire, sentire, riflettere, approfondire per comprendere, curare, proteggere. Proteggere, prendere posizione, difendere anche un’opera che può non incontrare pienamente i nostri “gusti” ma che resta l’innocente (innocens, che non nuoce) prodotto della creatività umana, della sua originalità e della sua sacrosanta libertà di espressione.
Stefania Lapenta
Storica dell’Arte e docente di Lettere e Storia dell’Arte all’IIS “Luigi Fantini” di Vergato

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