Vergato “la Rotonda” della Ghiaia

Ghiaia_image01 copia2014/03/15, Vergato – Dopo la casetta di Olivi, il fungo scomparso, Enrico Carboni ci conduce alla Ghiaia, allora quartiere periferico di Vergato, e ad alcune curiosità attorno all’antico guado del Vergatello!

LA GHIAIA: un gruppo di case antiche, il macello comunale, un pilastrino votivo, la Rotonda, il Vergatello, un guado su una viabilità storica e tanta ghiaia!

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Si tratta di una cartolina della collezione Ferri Alfonso, viaggiata nel 1913, fornitami ingrandita anche da Ugo Rubini, che ritrae le case della Ghiaia, il vecchio macello dalla curiosa forma di antica pieve, un muro di recinzione che racchiude un piccolo parco pieno di alberi sempreverdi dal quale emerge una costruzione rotonda coperta da una cupola appuntita, ancora ricordata come “ la Rotonda” e per finire un pilastrino bianco sulla strada che si intravede fra il macello e il muro.
In primo piano l’ampia distesa di ghiaia dove scorreva liberamente il Vergatello (ecco da dove prende origine il nome di Ghiaia al gruppo di case che stanno al di là del torrente!) quando non aveva muri laterali di difesa e contenimento e si presentava totalmente sovralluvionato e pieno di ghiaia.
Quello che non risulta in tutta evidenza, ma che probabilmente è la causa e la ragione delle costruzioni prima descritte è il guado che è esistito esattamente in quel punto fin dai tempi della viabilità storica medioevale che collegava Bologna con le città toscane di Pistoia, Lucca e Pisa. L’antica Via Maestra di Saragozza che già nel 1200 usciva da Bologna a Porta Saragozza e dopo aver passato il ponte in legno di Casalecchio, risaliva il Fiume Reno in sinistra idraulica, superava lo stretto passaggio nella rupe tagliata del Sasso, e dopo aver incontrato diverse diramazioni per raggiungere le località allora importanti di mezza costa e di crinale, proseguiva nel fondovalle fino a Vergato, attraversava il paese e si trovava il Vergatello da superare, si dirigeva poi verso la Carbona dove vi era in località Malpasso un altro guado ed una barca – traghetto (navis pasatoria) per passare in sponda destra del Reno per chi voleva andare in direzione Orelia, Montovolo, Vigo, oppure proseguire verso Lissano e Riola (vecchia) ed il ponte Longareno in direzione di Savignano e Castel di Casio.
Ma il guado che ci interessa è quello della Ghiaia sul Vergatello, dal quale Paolo Guidotti fa addirittura derivare il nome stesso di Vergato: “Vergato dagli antichi hospicia varegati, prende nome appunto da Varegatum che è quanto dire guado” (Il RENO Italiano – ED. Cappelli Bologna – 1989). E con questa sono almeno tre le possibili derivazioni etimologiche del toponimo Vergato: la prima, la più conosciuta, da un particolare tipo di panno detto vergato o vergatino che si produceva in una non meglio precisata gualchiera del paese nei primi anni del 1200 (Arturo Palmieri – La Montagna Bolognese nel medio evo -1929), la più recente come derivazione dal toponimo Vergatello, il rio che in un atto del 1259 risulta preesistere al paese e quindi: “fu il torrente ad essere eponimo del paese e non viceversa”. (Renzo Zagnoni – Vergato nel duecento – Nueter 1995 N.1). Un guado che è rimasto tale per circa sei secoli, è infatti solo nel 1866 che verrà costruito il ponte in muratura dell’ospedale nell’ambito dei lavori di ristrutturazione e potenziamento della strada che da allora verrà chiamata per Porretta o Porrettana, oggi statale 64.
In mancanza di ponti, gli unici dei quali si hanno notizie e che possiamo considerare esistenti nel medioevo sono quello di Panico e quello di Riola, tutti gli attraversamenti dei corsi d’acqua avvenivano su guadi che venivano predisposti curandone le rampe di accesso ed il fondo in modo che fosse abbastanza regolare e che ad ogni piena occorreva ripristinare, e su barche traghetto che spesso si accompagnavano ai guadi più importanti sul Reno in modo da garantire il passaggio nei vari mesi dell’anno a persone, animali e merci trasportate a soma o sui carri.
Naturalmente quando i fiumi erano in piena non potevano essere attraversati ed i viaggiatori erano costretti a fermarsi nelle locande e negli alberghi, che a Vergato non mancavano, in attesa di poter riprendere il viaggio. Si può forse ritenere con Paolo Guidotti che il guado del Vergatello sia la vera ragione del grande numero di locande e alberghi (hospicia Varegati) che troviamo a Vergato fin dal medioevo e che è da questo primo nucleo di attività commerciali e mercantili che si svilupperà il paese nei secoli successivi, ottenendo prima il trasferimento da Casio a Vergato della sede dei Capitanato della Montagna (1414), poi ottenendo dal senato Bolognese di divenire parrocchia autonoma da Liserna (1578) e via via tutte le importanti funzioni politico- amministrative e giudiziarie che nel tempo sono state assegnate a Vergato facendolo diventare, anche per la collocazione geografica baricentrica e strategica, il centro più importante della media alta valle del Reno.
Il guado era quindi un punto importante del percorso che poteva condizionare tempi e qualità del viaggio, ma non solo, il guado era anche un punto obbligato di passaggio, un luogo pericoloso dove i briganti, i ladri, i malintenzionati, potevano tendere agguati. Ecco allora che da parte delle Autorità costituite (sistema feudale prima, sistema comunale dopo) oltre a garantire al meglio la praticabilità del guado, si disponevano presidi armati a difesa dei viaggiatori e delle merci che transitavano lungo le vie maestre transappenniniche. L’edificio di forma rotonda collocato in sponda destra, esattamente di fronte al guado, svolgeva proprio questa funzione di torre di guardia e difesa a protezione del guado e della strada maestra per la Toscana. In proposito disponiamo di una testimonianza molto puntuale raccontata dalla preziosa Giovannina Bernardi che nel suo libro Vergato: Pagine della memoria descrive con precisione come era fatta la rotonda, anche al suo interno e quale era la sua funzione:“ A pochi passi vi era la Rotonda, una torre del 1400 che a quei tempi serviva come posto di guardia e di difesa con lunghe feritoie per il tiro delle balestre. Tutto questo complesso, compreso il podere, era di proprietà dei fratelli Grandi che si servivano della torre come garage per una antidiluviana motocicletta Gilera. La Rotonda era collegata alla stradina sovrastante da un suggestivo monticello con i parapetti di arenaria scolpiti ed ai piedi della torre un pozzo antico con lavatoio che serviva anche per abbeverare le mucche……Un giorno Geppe Grandi, cedendo alle nostre richieste, ci fece entrare nella Rotonda e ci spiegò il perché della feritoie e ci fece notare i ganci fissati nel pavimento per poter tendere al massimo le balestre.”
Ma se con armigeri, balestre e torre di guardia si cercava di garantire la protezione terrena occorreva non trascurare anche la protezione celeste e quindi cosa meglio di un pilastrino devozionale, magari con l’immagine dipinta o in terracotta smaltata di S. Cristoforo da sempre venerato come il patrono di quelli che hanno a che fare con il trasporto, come barcaioli, pellegrini, viandanti, viaggiatori, da collocare a lato del guado. Ed ecco spuntarne la rassicurante sagoma bianca all’inizio della strada fra la Rotonda e il macello comunale, collocato appena passato (o poco prima di passare) il guado e davanti al quale il viandante o il pellegrino poteva soffermarsi e chiedere protezione. E’ da qui che partita questa ricostruzione, dalla ricerca dei pilastrini scomparsi a Vergato e grazie alla testimonianza della Sig.ra Rina Viola Allori che mi ha raccontato quando bambina andava con la madre, nel mese di maggio, a dire il Rosario davanti al pilastrino della Ghiaia e vedeva quel misterioso edificio rotondo di cui ricordava solo il nome:la Rotonda.
Oggi il quadro è molto cambiato, non c’è più la rotonda, il pilastrino, il macello, non v’è più traccia del guado, al loro posto il ponte, le case, i parcheggi. Non sappiamo neppure quando e perchè questi importanti segni del passato sono scomparsi, forse la guerra, forse il boom economico- edilizio degli anni 60; non ci resta che un ricordo incerto e confuso che andrebbe invece meglio precisato, messo a fuoco e fissato a favore delle future generazioni. Se delle cose, a maggior ragione delle persone, si perde anche il ricordo, la memoria, è come che non siano mai esistite.
15.3.2014 Enrico Carboni


Foto 2- Il guado sul Vergatello a metà anni 50, in prima piano Marco Carboni e la madre, con Giannino Calzolari, l’orologiaio e la moglie Bruna Baccolini. che scendono dalla rampa di destra e si apprestano ad attraversare il torrente (la signora bionda, madre di Marco è quella citata nell’articolo “il fungo scomparso” ed il periodo è lo stesso!), sullo sfondo il macello comunale ancora in piedi e il vecchio Ospedale. Nella foto altri due particolari interessanti: il guado che si vede è quello che i soldati americani provenienti da sud, riattivarono solo 10 anni prima per entrare in Vergato durante l’avanzata di primavera(The Battle of Vergato-Aprile 1945), essendo il ponte dell’ospedale interrotto per il crollo dell’ultimo arco ( che nella foto si vede già ricostruito) a seguito dei bombardamenti aerei alleati del 1944. (Foto di proprietà Marco Carboni)

 

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