20 gennaio 1941 muore don Ettore Mattioli arciprete di Vergato

151211_Vergato_APV_don Ettore Mattioli_032015/12/11, Vergato – Don Ettore Mattioli,

ARCIPRETE DI VERGATO

NATO IL 2 APRILE 1887 MORTO IL 20 GENNAIO 1941

di lui si dice che quando lo vestirono per il funerale, nella biancheria che aveva in dosso fosse la parte rammendata di più che la parte buona…

ELOGIO FUNEBRE NEL TRIGESIMO del Sacerdote ETTORE MATTIOLI

Vergato 20 – 2 – 1941

Ven. Confratelli, Popolo di Vergato,

non doveva oggi, dopo quanto fu detto intorno a Don Ettore Mattioli, la mia modesta disadorna parola, perchè incapace di rievocare dignitosamente la bella e fulgida figura dell’Eslinio, farsi sentire a Voi, che meglio di me conoscevate intimamente il caro scomparso. Altri ben più degni in virtù e sapere potevano disimpegnare magistralmente si arduo e delicato ufficio, ma poichè la vostra benignità mi ha voluto commettere tanto onore, mi studierò di tratteggiare, il più degnamente possibile, la fìsonomia fisica e spirituale di questo Sacerdote integerrimo e spiccato cittadino, elementi che plasmarono nell’Estinto un carattere energico ed uno spirito dinamico, nutrito di profonda pietà e di scienza. Il materiale è vasto è magnifico non so, ven. ascoltatori e fedeli, se mi riuscirà far rivivere in voi la suggestiva figura di Don Ettore Mattioli senza fallare, perchè esso m’era quasi del tutto sconosciuto e m’è mancato il tempo per raccogliere il materiale necessario. Tuttavia, lieto di deporre su questa lacrimata bara, tenue omaggio di leale amicizia, dal poco che io ho potuto suggere e capire da questo grande cuore di sacerdote, oso incominciare, lasciando a Voi, miei confratelli e fedeli, di colmare le lacune inevitabili e di ridire dall’intimo delle vostre anime quanto sentite di doveroso in questo istante. Tralascio di parlare della giovinezza di Don Ettore e del -curriculum vitae- del seminario.

151211_Vergato_APV_don Ettore Mattioli_02<< Ex fructibuscorum cognoviscetis eos >>, dice il Divin Maestro, e se tanti sono i frutti che ha saputo dare questo Sacerdote, segno è che fin dai teneri anni egli aperse la sua anima, profumata di candore, al mistico coltivatore, che, intuitane le generosità, vi aveva seminato, meglio deposto, il grande tesoro della vocazione sacerdotale. E questo lo si vedeva nel solo avvicinarlo, perchè tutta la sua preparazione all’Apostolato non fu che una dedizione completa delle sue esuberanti energie giovanili per essere un santo e zelante santificatore di anime. Aveva compreso, il nostro venerato confratello, che il segreto per ammagliare le anime al bene, che la gemma più fulgida del sacerdozio, che l’orgoglio più grande per un cuore consacrato a Dio era la purezza, e di questa virtù pascolò la sua anima nelle intime ascensioni dello spirito alla perfezione, conservando quel candore che ricevette nel Battesimo. Non è da dire che Egli fosse nella carne insensibile, dato il suo spirito arguto e gioviale, ma persuaso dell’alto dono della vocazione e della delicatezza del Sacro Ministero, s’adroprò per irrobustire il suo cuore e tenerlo lontano da qualunque affetto o sentimento men che retto. Schivo delle conversazioni scendeva in mezzo al popolo solo quando lo richiedeva la sua missione: del resto viveva ritiratissimo, e nei rapporti indispensabili colle persone, era breve e riservato. Così il Mattioli fu giglio fra le spine e nessuna ombra, anche passeggera, osò offuscare la sua virtù. Ma se di questa sua bellezza interiore ben pochi seppero notare, non fu così del suo carattere aperto franco e leale.

La fronte serena, che al più piccolo corrucciarsi si calmava (perchè Don Ettore aveva sortito un carattere impetuoso, ma che sapeva signoreggiare con quella forza di volontà, che era frutto di un lungo esercizio di virtù imparato al suono di quelle parole (discite a me quia mitis sum etHumilis corde) lo rendeva amabile e le sue parole piuttosto forti ed incisive, alla apparenza aggressive, penetravano benefiche negli spiriti, perchè piene del suo cuore. Alla mitezza riflessiva, disposava una grande umiltà. Chi mai vedendolo sempre modesto, silenzioso e semplice nell’abito e nel portamento lo avrebbe giudicato grande e dotto? eppure era così: luceva ardente sul moggio, era il decoro della nostra Zona, la vita e l’anima della nostra piaga, senza mai ostentare orgoglio, nè cercare di lodi. Lavorava per il Signore e di questo privilegio se ne è sempre onorato e servito per la gloria di Dio e la salute delle anime. Era anche dotto Don Ettore: aveva una bella mente e una buona cultura e noi lo sappiamo per la facile e gaia vena poetica, ch’allietava le nostre intime agapi leste famigliavi; per le saggie e concise risposte nelle riunioni vicariali, per gli appropriati e decisivi consigli, che regalava a quanti lo interpellaveno con una facilità e chiarezza di vedute da meravigliare. Per il tono robusto della voce poteva sembrare altero ed arrogante: tutt’altro, era d’un’umiltà indescrivibile. Anche dove la verità appariva lampante, egli mai s’impennava e mai umiliava chi fosse dal torto.

Dall’aspetto freddo e burbero, perchè di parola spiccia e secca, al profano appariva rozzo e scortese, mentre aveva un cuore che lo tradiva. Amava, Don Ettore, di quell’amore che sa anteporre per i fratelli la propria anima. Quante volte s’è udito, con tono angoscioso, ricordare il terreno un pò tardo alle sue cure di questa vigna ma non inveiva contro quest’anime insensibili: piuttosto si rammaricava, temendo d’essere lui la causa di tanto male e per quelli mortificava, stentando al suo fisico il sufficiente e pregando lunghe ore di giorno e di notte. Chi non ricorda al crepuscolo dell’aurora l’ombra nera che passava la via per recarsi alla Chiesa? Oh, quante volte, sotto l’incubo della responsabilità, la tentazione ed il tedio gli facevano sognare l’addio alla Parrocchia, ma le parole di Cesù «sufficit tibi gratia mea» lo confortavano e da buon soldato di Cristo è caduto sulla breccia. Oltre alle anime, amava i poveri come gli amici più cari: tutto questo bene noi lo si ignorava e spesso s’era tentati di giudicare Don Ettore avaro. La scarsezza della mensa e la modestia della casa, che sapeva di pulizia e di proprietà e insieme di squallore faceva pensare a quegli infelici che accumulano inutilmente, non era così:

“Oh! come siam degli altri facili a giudicare!” Egli non ne aveva e quanto risparmiava per economia, meglio strappava alla bocca (se si fosse più nutrito e curato sarebbe ancora fra noi) lo donava di nascosto ai bisognosi. Così da vent’anni questo sacerdote applicava la sua missione di padre e di pastore. Intorno a se spandeva il «-bonus odor Cristi» e Vergato ne ha esperimentato il benefico influsso. Dalla pupilla limpida e serena traspariva l’ideale della sua anima, dando all’aitante persona un che di venerando ed al volto un aspetto serafico. Dare le anime a Cristo e Cristo alle anime: ecco il suo programma! e come smaniava di rivestire l’anime del suo gregge di così santo ideale! E gli sanguinava il cuore nel vedere la sua gioventù disertare gli Altari e poi la Chiesa. Non per questo desisteva: e di buon ora entrava nella Chiesa, si sedeva nel confessionale ed ivi rivestendo l’autorità dell’Artefice divino, si dava colla prudenza a modellare le anime alla grazia. Quanti capolavori egli ha lasciato! lo dissero il tributo d’affetto e la frequenza ai SS. Sacramenti nel giorno delle solenni essequie. Ma non solo nella Chiesa Don Mattioli ha esplicato le sue energie e trafuso le sue doti; anche nell’Asilo nell’Ospedale e nelle Scuole ha lasciato orma di se. All’Asilo, perchè stavano i fanciulli, delizia di Gesù, portava il contributo valido della sua parola e la saggezza della sua rettitudine nell’Amministrazione; all’Ospedale, perchè casa del dolore, la sua dolce parola di conforto ed un’assistenza solerte ed assidua, alla Scuola, perchè palestra della mente e del cuore, il prezioso frutto dell’insegnamento religioso, instillando colla sua parola di Sacerdote e di cittadino nei teneri petti l’amore a Dio ed alla Patria. Non è da credere che l’Arciprete di Vergato perchè stava appartato, non amasse la Patria e non volesse dare l’opera sua accanto alle Autorità Civili: quando questa collaborazione fu chiesta fu generosamente e lealmente data, perchè alla Patria aveva dato volentieri nella grande guerra le sue energie migliori nei campi di battaglia. E quando la sorte volle ch’egli per compiere il suo dovere restasse prigioniero, volentieri fece questo duro sacrificio, sostenendo per due anni durissima prigionia, che gli fruttò il male, che lentamente, assieme alla mortificazione volontaria, lo avrebbe condotto a fine immatura.

Ma, ven. Confratelli e Fedeli, m’accorgo d’essermi troppo dilungato e ancora ne avrei da parlare di Don Ettore. A noi basti ricordare le grandi manifestazioni Eucaristiche del 1927 e 1937 in Vergato, opera del suo zelo indefesso e della sua attività instancabile. Giornate memorande di trionfi Eucaristici in cui le anime ravvivavano la fede e si riscaldavano d’amore divino! Per noi sacerdoti procurò la gioia del ritiro mensile e con non lieve sacrificio di borsa riforniva quella santa raccolta di eletti oratori. Dette vita alla nostra Pretina e tanto ne era il fuoco sacro che divampava dal suo petto, che non si risparmiò di farne partecipe i suoi Confratelli : Come voleva le anime dei fedeli santificate, così voleva le anime nostre
sante.

151211_Vergato_APV_don Ettore Mattioli_01Don Ettore non è più, ma vive nella sua virtù e nel suo esempio, trasfuso alla presente generazione e lo sentiamo collo spirito, giubilante per gli eterni gaudi, aleggiare sopra di noi.

Vive : e non solo nella presente generazione, ma sempre, per quello zelo della Casa di Dio che lo divorava. Nella nuova Chiesa, frutto e vanto del suo impareggiabile ardore, egli rimarrà ai posteri, faro di luce e di civiltà.

Dormi in pace Don Ettore! La tua spoglia attende più degna e meritata dimora: ed i tuoi figli, orbati del tuo affetto e del tuo zelo, sotto la guida del nuovo Pastore, con lena e sacrificio pari al tuo, quanto prima te la presteranno. E sotto quelle arcate, dove imperitura resta tua memoria affidata al marmo, tu sarai ancora silenzioso maestro, animatore di cuori.

Noi che t’avemmo amico cordiale e sincero, fratello e padre cortese, addolorati dalla tua, dipartita, t’abbiamo rievocato per imitarti, onde un giorno alla chiamata del « Iustus Judex » meritiamo le belle parole “Eu^e serve bone et Jidelis». Così come te, tranquilli per il testimonio di una buona coscienza, possiamo esclamare: *Cur-sum consumavi, Jidem servavi, in reliquo reposita est mihi corona justitia». Deh! Tu dall’alto ci protegga,

f.to Sac. Egidio Pazzafini (Archivio; APV-Vergato- Curatori;  Ivo e Alfredo Marchi )

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