Racconta la Rita……. in vino veritas

2020/01/10, Vergato – Racconta la Rita……. in vino veritas

Rita Ciampichetti 16 agosto 2019 · 

…. in vino veritas
Mio suocero Gino coltivava con amore e passione due bersò d’uva: uno che ricopriva metà della grande terrazza esterna della casa, l’altro in giardino.
Durante l’anno dedicava alla sua “vigna” tutte le cure possibili, con scrupolo ed attenzione: potatura delle piante, legature, innaffiature di zolfo e verderame, sfrondatura del fogliame in eccesso, combattimenti contro le invasioni di insetti e uccelli famelici, fino ad arrivare all’attesa vendemmia quando, dopo diversi assaggi, l’uva aveva per lui raggiunto la giusta maturazione.
Tutto questo con un unico obiettivo finale: la produzione del proprio vino.
La quantità d’uva raccolta era veramente irrisoria, però, sentendosi un grande viticoltore, mio suocero aveva attrezzato la cantina con tutto il necessario: tino, damigiane, torchio, pigiatrice, tappatrice, imbuti e contenitori vari.

Vergato – Veduta dall’Ospedale Cartolina – Coll. Ferri Alfonso


La Rosita, mia suocera, scuoteva la testa e diceva “Csa vot mai… l’è la so’ passion… lassel mo’ fer !!!”
Finalmente arrivava il momento della vendemmia e della vinificazione e da quel giorno per un po’ di tempo Gino spariva in cantina: pigiatura, fermentazione nel tino, torchiatura delle graspe, riposo nelle damigiane ed infine l’imbottigliamento.
Noi in casa aspettavamo solo il momento della pigiatura perchè con il succo d’uva facevamo i sughi che piacevano a tutti.
Mio suocero invece aspettava con ansia San Martino per assaggiare il “vino nuovo” assieme alle “frugiate”.
Era un momento denso di tensione perché, forse per la posizione solare non troppo felice dei bersò, il risultato finale era un vino talmente brusco, ma talmente brusco da risultare imbevibile.
La sera di San Martino, noi tutti intorno alla tavola intenti a sbucciare le caldarroste immersi nel caldo della cucina, aspettavamo che Gino salisse dalla cantina con un caraffa di vetro piena di un liquido giallognolo un po’ torbido. Soddisfatto, guardava contro la luce del lampadario il recipiente appannato per il cambio di temperatura e diceva: “Oh adès sénten comm le vgnò st’an!!!” e facendo il giro ne versava un po’ nei diversi bicchieri. E noi, lì per lì inventavamo qualsiasi scusa per averne il meno possibile: “Bâsta!! Bâsta!!!”… “Såul on did c’am và sóbbit a la tèsta” “Un puctèn såul par sénter” “Ven e frusà sicûr brusor al ståmmg!!”.
Lui, dopo averlo sentito a sua volta, schioccava la lingua e diceva: “Insàmma, né brisa pròpri spezièl, ma l’è genuen …’d cà nostra.. e con un puctein ‘d zoccher…”
E faceva così, portava a tavola la bottiglia e stile “Idrolitina” aggiungeva lo zucchero e lo beveva… solo lui, noi ci dichiaravamo temporaneamente astemi.
I giorni seguenti la Rosa, di nascosto, andava in cantina e vuotava qualche bottiglia dentro una botticella dove una vecchissima “madre” ereditata dal passato, produceva invece un aceto veramente buono.
Con l’accorgimento della Rosa il vino “nostrano” finiva presto e finalmente sul desco famigliare comparivano le prime bottiglie di vino acquistato.
Gino quasi sempre esordiva dicendo “Vest?? As ved che l’era brisa acsè tresst, le finì int un âtum!!

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