Calvenzano; Don Vittorio Serra “scala” 50 anni di Sacerdozio

2012/08/08, Calvenzano;  Don Vittorio Serra festeggia il suo 50° di Sacerdozio

Grande festa a Calvenzano, don Silvano Manzoni assieme a padre Antonio, don Eugenio, don Zaccanti e altri celebranti, hanno fatto da contorno alla messa di don Vittorio in occasione del suo 50°. Dopo la benedizione alla statua di San Francesco, gli alpini di Vergato hanno offerto polenta per ben trecento persone convenute per l’ occasione, poi la torta, le congratulazioni e il video che racconta la vita di don Vittorio dal 1937 ad oggi; (chi fosse interessato lo può chiedere in parrocchia) la serata calda fino a tardi ha permesso agli invitati di trattenersi fino a oltre mezzanotte. Noi vi proponiamo il testo della Lettera del Vescovo, Mons. Tommaso Ghirelli inviata a don Vittorio, un po di foto e una parte del video con le foto di famiglia, la lettera è stata letta per l’ occasione da Franco Gamberi.

Nei due anni trascorsi con lui come allievo del Seminario S.Cristina dell’ONARMO, per me Vittorio Serra è stato un fratello maggiore. La vita di comunità si estendeva su quasi undici mesi all’anno, ventiquattrore su ventiquattro, quindi si aveva un forte influsso dei seminaristi più grandi su quelli delle classi d’età inferiori. Serra dimostrava una spiccata attitudine a prendersi cura dei compagni più giovani e… più deboli all’interno del gruppo. Più che un leader, tendeva ad essere un fratello e tendenzialmente un padre. Possedeva buone qualità intellettuali, che non curava quanto avrebbe potuto, perché preferiva stare vicino a chi aveva dei bisogni primari, immediati. Anche in seguito, ha compiuto la stessa scelta di campo, fino al punto che nessuno si è reso conto delle sue capacità ed è stato considerato “un uomo pratico”, come la maggior parte dei suoi coetanei, un prete “nella media”, al quale affidare compiti tradizionali (benché il compito del prete sia quello di guida ed egli debba stare davanti e non soltanto in mezzo ai fratelli). In seguito, quando nel 1986 il Seminario fu trasformato in fondazione e prese la denominazione di Istituto S.Cristina, don Vittorio accettò di far parte del consiglio di amministrazione, presieduto dal suo antico rettore, mons. Angelo Magagnoli. Dimostrò così il suo affetto verso il luogo e le persone che avevano riempito la fase della sua formazione seminaristica, protrattasi per dodici anni. Per oltre vent’anni ha svolto questo servizio, con quella modestia e apparente “noncuranza” che sono una delle sue caratteristiche più evidenti. Per la maggior parte di questo periodo, ci trovammo seduti fianco a fianco nelle riunioni per l’approvazione del bilancio e per decisioni riguardanti l’indirizzo educativo di un istituto che si distingueva da altre opere educative simili, per la sua vicinanza al mondo del lavoro. Per rendersi conto dell’impronta lasciata da don Vittorio in mezzo secolo di ministero sacerdotale, occorre richiamare l’evoluzione della pastorale del lavoro in Italia e del gruppo dei cappellani del lavoro di Bologna. In campo nazionale, la figura di riferimento fu il vescovo Ferdinando Baldelli, marchigiano, iniziatore sia dell’assistenza religiosa e morale agli operai (ONARMO) nel periodo tra le due guerre, sia della pontificia opera di assistenza (POA, diventata poi CARITAS), durante l’occupazione tedesca. La grande intuizione pastorale di Baldelli fu la presenza negli ambienti di lavoro del prete, esclusivamente come prete: un prete che sta in mezzo alla gente; che non soltanto predica, con !a vita più che dal pulpito, ma anche promuove le opere sociali. Il card. Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna dal 1952 al 1967, fu tra i vescovi italiani che diedero maggiore impulso a tale presenza, accompagnata da una serie di opere sociali esemplari. Si pensi al grande centro residenziale ed educativo di Villa Pallavicini a Borgo Panigale, al Villaggio Giovani Sposi nel quartiere San Donato, alle case della carità. Il card. Lercaro, che aveva trovato in don Giulio Salmi l’ardito e fantasioso realizzatore del suo programma pastorale in campo sociale, è stato la figura di riferimento più incisiva e più prossima per il nostro don Vittorio.

Il giovane sacerdote si immerse in questo apostolato assumendo l’incarico di cappellano in aziende come le Poste; ma fu sempre molto attivo anche nelle case per ferie dell’ONARMO di Bologna e perfino come insegnante di religione in un istituto professionale come  ‘Elisabetta Sirani”. Recentemente, dopo la dipartita di don Libero Nanni, altro popolarissimo cappellano del lavoro, si è fatto carico anche dei ferrovieri. Non è il caso di soffermarsi, in questa sede, sulle vicende legate al progressivo acuirsi delle tensioni sociali tra il Sessantotto e il Settantotto. Basta notare che don Vittorio ha continuato a frequentare gli ambienti di lavoro anche una volta diventato parroco a Cadriano, dove i capannoni delle aziende sono più numerosi delle abitazioni. Anzi, egli ha continuato a sentirsi più cappellano del lavoro che parroco: segno che ha sempre saputo porre il rapporto con le persone e con le comunità di lavoro al di sopra delle divisioni sociali. E’ stato e continua ad essere il prete sia dei dipendenti sia dei dirigenti, sia degli occupati sia dei pensionati ( e oggi degli “esodati”). Un prete polivalente, dunque, non riducibile né a funzionario né ad assistente sociale. Un parroco che non sta soltanto a presidiare la canonica, ma appena può si reca tra la gente negli ambienti dove si svolge la sua vita, per avvicinarla nelle situazioni esistenziali. Probabilmente è questo il merito maggiore acquisito e l’insegnamento più originale, trasmesso senza interruzione dal simpatico “prete degli operai”.

In un certo senso, don Vittorio appartiene ad una nuova tipologia di prete, pur essendo ben inserito nel solco della tradizione: il prete, più che “specializzato”, integrale; impegnato a svolgere un ministero veramente senza confini, come senza confini è la Chiesa, come senza lacune è il messaggio evangelico. Un ministero che spazia dalla catechesi occasionale alle opere sociali, chiedendo molta disponibilità e duttilità, prima sul piano spirituale che su quello dottrinale e su quello operativo. Un ministero che include, senza escludere nessuno, e nello stesso tempo impegna alla corresponsabilità e quindi seleziona. Gesù è stato chiaro: “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32s). Il terreno, una volta dissodato, attende di essere messo a frutto metodicamente e sapientemente. Non si può campare di eredità; certamente don Vittorio ne è consapevole e prega ogni giorno il suo buon Signore, perché dopo aver reso il prete, attraverso di lui, una figura familiare, un vero amico, negli uffici e nei capannoni, gli dia un successore altrettanto tenace e intraprendente. Gli dia anzi non uno, ma molti continuatori. E’ quello che anch’io mi auguro ed auguro a don Serra: il suo stile, il suo esempio possano contagiare il Clero bolognese, emiliano, italiano. E anche oltre.

Il modo di porsi del nostro Amico da l’impressione talvolta che egli non creda fino in fondo in quello che fa, consapevole come egli è dei propri limiti e degli insuccessi a cui tanti sforzi approdano. E’ vero il contrario: se c’è uno, scanzonato finché si vuole, ma convinto del proprio essere prete, questo è don Vittorio. Se c’è uno che non ha “mollato”, che non si è adattato, questo è don Serra.

Tommaso Ghirelli

NB: Per vedere il video, clicca sopra l’ immagine e il video parte!

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