Le zirudelle della Leggiadrina – E’ paiô

VN24_francesca_Pajo2015/03/04, Vergato – Dopo una breve pausa per motivi tecnici, ritornano le zirudelle della Leggiadrina illustrate dalle bellissime vignette di Francesca, quella di oggi ha per tema; Il paglione.

Saprete senz’altro che cos’è, vero?

A i êra ‘na volta…

E’ paiô

Zirudela, fê atenziô
av voj scorrer de paiô.
Détt acsé, pêr ch’as bacaja
d’un osvej fa cô la paja,
ma cô la paja an ha a che fê.
A un grê sach as pôl arvisê
E l’è a ‘na piaza, opû a dô piaz,
perché è fa da tamaraz.
La so’ forma l’è un pô strena,
e an s’rimpess brisa cô lèna,
né cô paja o cô cotô,
ma cô al fój de formentô.
Quand l’è temp ‘d spanociadura,
as arsej al fói cô cura:
queli interni, bienchi e bèli
senza gróggn e né fnestrèli,
po’ e’ pajô as va a rimpî
e, premma ed psei andê a dormî,
linzô e cuerta ai vê in vètta,
cô e’ cuséi e la frodètta,
e la sira, quand t’ê stóff,
a ti bótti quesi in tóff.
A se stiazen al fói cô e’ pês
E at artrovi longh e stês
Dentr a un nid propri bendett,
ch’at fa sentî cheld e protett.
Se te svejj in piena nòt,
e per la pòra et fê di tremlòt
e at rigiri senza arpôs,
sóbbet a i’è dal fói la vôs
che l’at cónna e at rasicura,
l’è n’amiga in t’la nôt bura
e at ardormenti in sènta pês.
Quand l’ariva l’ora ed livês,
et sélti zò, et guerdi e’ pajô
a i è de tô corp l’impostaziô,
perché al fói a s’ê arposà,
ma as pôl sóbbet rimediê,
tôtt dô al mê basta infilê
in t’i bus fati in t’la fróda,
propri in mez, brisa in t’la próda,
po smesdê al fói cô decisiô
e nôv e pêr tornà e’ pajô.
Al fói al dùren per n’anéda,
fin a la nôva spanoceda.
Ma ai noster dè ormai i pajô
j è beli andà tôtti in pensiô
sostituè dai tamaraz
che pr’ al stasô i ê dô faz
e i ê in latiz op in lèna
con al moll pr’e’ bê dla schena.
A se sta ch’l’è ‘na maravéja,
ma s’è pers la poeséja
d’na ninna-nana unica e béla.
Tocch e dai la zirudela.

Leggiadrina

C’era una volta…

Il paglione

Zirudella, fate attenzione,
vi voglio parlare del paglione.
Detto così, sembra che si parli
di un oggetto fatto con la paglia,
ma con la paglia non ha a che fare.
A un gran sacco si può assomigliare
Ed è a una piazza, oppure a due piazze,
perché fa da materasso.
La sua forma è un po’ strana,
non si riempie con la lana,
né con la paglia né col cotone,
ma con le foglie di granturco.
Quando è tempo di spannocchiare,
si scelgono le foglie con cura:
quelle interne, bianche e belle
senza nodi, né tagli,
poi il paglione si va a riempire
e, prima di poterci andare a dormire,
lenzuola e coperte ci vanno sopra,
con il cuscino e la federa,
e la sera, quando sei stanco,
ti ci butti dentro in tuffo.
Si schiacciano le foglie con il peso,
e ti ritrovi lungo e disteso
dentro a un nido proprio benedetto
che ti fa sentire caldo e protetto.
Se ti svegli in piena notte
e per paura hai dei sussulti
e ti rigiri senza riposare,
subito c’è delle foglie la voce
che ti culla e ti rassicura,
è un’amica nella notte buia
e ti addormenti in santa pace.
Quando arriva l’ora di alzarsi,
salti giù e guardi il paglione:
c’è del tuo corpo la traccia impressa,
perché le foglie si sono pigiate
sotto il peso di chi si è riposato,
ma si può subito rimediare,
tutte e due le mani basta infilare
nelle aperture fatta nella fodera (del paglione)
proprio in mezzo, non nel bordo
poi rimescolare l foglie con decisione
e nuovo sembra tornato il paglione.
Le foglie durano per un’annata,
fino alla nuova spannocchiata.
Ma ai nostri giorni ormai i paglioni
sono già andati tutti in pensione
sostituiti da materassi
che per il cambio di stagione hanno due lati
e sono in lattice, oppure in lana
con le molle, per il bene della schiena.
Ci si sta che è una meraviglia,
ma si è persa la poesia
di una ninna-nanna unica e bella.
Tocca e dai la zirudella.
Leggadrina

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