Dedicato a una bellissima donna di Vergato vissuta tra il cinque e seicento

2017/10/17, Vergato – Scrive Umberto Bernardi;

Vi invio questo poema dedicato a una bellissima donna di Vergato vissuta tra il cinque e seicento.

INNAMORAMENTO DI GIULIO CESARE CROCE

Giulio Cesare Croce lasciò più di 600 opere alternando lingua italiana a diversi dialetti, tra i quali il il dialetto bolognese, il dialtetto bergamasco, e numerosi altri dialetti e lingue europee.
Fù uno dei maggiori esponenti italiani della letteratura carnevalesca, filone importante della letteratura europea.
Una di queste composizioni è dedicata ad una Donna di Vergato che ha colpito più delle altre la sua fantasia.
Se fosse la Rossa?
Per questa Donna compone un sonetto in ottava rima. Come lui stesso ci dice: “Nel quale si contiene di bellissimi concetti, come vedrà il curioso lettore”. Cosa racconta questo sonetto. “Presemi amor in una valle in villa dove sotto il Vergato, si disitilla il Reno e tiene Felsinea il sentiero”.
Giulio Cesare Croce trova la sua musa a Vergato una bellissima Donna. “Due lumi, che ’l sol passan di splendore,
Ed una gola fatta d’alabastro, due belle guancie di vermiglio colore, fabbricate per man del sommo Mastro”.
Se qualche curioso lettore volesse continuare questa storia
potrà sfogliare questo sonetto.
Nel dipinto: Vittoria Colonna museo Louvre, non attinente al sonetto sottoriportato.

Immagine incorporata 1

INNAMORAMENTO DI GIULIO CESARE CROCE

Poi che donna gentil m’ha tolt’ il core,
Con dui begl’occhi e con nobil sembiante,
Io, che ferito son per lei d’amore,
Ragion’ è ben che le sue laude canti,
Ma ben m’accorgo, ahimè, che faccio errore
Perché ‘l bel viso e suoi costumi santi
L’aspetto suo, gentil, unico e degno,
Merta scrittor di più elevato ingegno.

Ma pur sì inermo e basso ch’io mi sia,
Spero far sì, se’l ciel mi porge aita,
Con i miei carmi e con la penna mia
Che dopo morte havrà perpetua vita,
Ch’amor, ch’a me mi toglie e a sè m’invia,
Farà la mano a tanta impresa ardita,
Che sol ch’esso m’accenni o mi governe,
Passarà di gran lunga le moderne.

Non invoco in mio aiuto Euterpe o Clio,
Né alcun di quei de l’onda pegasea,
Ma per mia scorta sol bramo e desìo
Il lume sol di questa semidea:
Dunque, donna regal, a voi m’invio
Ch’in voi sola il mio cor si nutre e crea,
Datemi un sguardo solo e poi lasciate
Cantar a me la vostra gran beltate.

So ben che la mia rima non è tale
Che giunger possa a tant’alto soggetto
Che da voi stessa vi fate regale,
Per virtù, per beltà, per casto petto,
Ma per mostrarvi un minimo segnale,
Ch’io v’amo, e ch’io v’honoro, e ch’in effetto
D’altrui esser non posso, se non vostro,
Il foglio vergo di purgato inchiostro.

Però chieggio perdon, ch’a ciò mi tira
Il faretrato Dio, chiamato Amore,
Che fa che sol per voi piange e sospira
Questo mio caldo, anzi infocato core,
E s’io potessi haver la dolce lira
Che placò già di Cerbero il furore,
Formarei tali accenti e cotal suono,
Che havrei da voi pietà, non che perdono.

Nobile spirto pien d’alta beltade,
Ch’un altro tal mai hebbe il secol nostro,
Né credo ancor per la futura etade
Ne vediate, oh posteri, al tempo vostro;
Questo pien di vaghezza e di beltade
Ornato di rubin, perle, oro ed ostro,
Di senno, di beltà, di gratia pieno
Abbellisce ed indora il nostro Reno.

Quinci la nobiltà, la gentilezza,
In ogni loco gli fan comapgnia,
La scienza, la virtude e la ricchezza,
La castità, l’honor, la cortesia,
Il costume, il sembiante e la vaghezza
La memoria, il saper, l’ingegno e l’altre
E Amor da gli occhi suoi mai non si parte.

Se più dal ciel venisse il pomo d’oro
Col motto che dicesse “A la più bella”,
Voi saresti patrona del tesoro,
E non l’harebbe l’amorosa stella,
Ma perché più non è l’età de l’oro,
E che questa d’adesso è assai più fella,
Sol per il vostro merto il gran Motore
Vi dà tra l’altre il pomo de l’honore.

Quest’è quel pomo, che servar vi deve
Chi vuol star dopo morte in vita sempre,
Il succo d’honestà, chi ‘l gusta o beve,
Non può gustar nel cor più dolci tempre;
E se ben candido è come la neve,
Né vi pensate mai che si distempre
Simil dolcezza, né sì buon sapore
Per consumar di tempo, o girar d’hore.

Oh, voi felice mille volte mille,
C’havete questo don dal sommo Iddio,
Ch’ancor, ch’Amor in voi sparga faville,
Non può piegarvi ad atto iniquo e rio,
E qui avverrà che più sonore squille
Del vostr’habito honesto, cast’ e pio
Udransi risonar del vostro nome
Per tutto dov’il sol spiega le chiome.

Sono gli amanti come l’erbe e i fiori,
Che son dipinti per i verdi prati,
Che se le nubi a lor mancan d’homori,
Restan dal secco lanquidi e bassati,
Ma se una dolce pioggia i suoi favori
Gli porge, tornan più che mai pregiati,
Tal io tal volta ho la virtù smarrita,
E un vostro sguardo mi ritorna in vita.

Dunque, s’un sguardo vostro ha tal possanza,
Di trar un miserel di doglia amara,
Se voi non gli comparte, anzi v’avanza
In essi luce assai del sol più chiara,
Dove havete imparata questa usanza
Ad esserne ad ogn’hor cotanta avara
Ditemi almeno, ahimè, per qual cagione
Non havete di me compassione.

Son certo ch’io non sono a voi uguale,
Questo lo veggio e lo conosco aperto,
E conosco la vena del mio male,
E so la mia bellezza e ‘l vostro merto,
Ma chi schivar può l’amoroso strale
Chi può fuggir d’Amor l’inganno certo?
Nullo è, che vincer lui si pregi o vanti,
Oh, sconsolata vita de gli amanti.

Ed io, quando più salvo esser credea
Da la lusinghe sue, dal crudo rostro,
Mentre felice e lieto mi godea
Mia dolce quiete, il cieco ed empio mostro
Mi fece in mezzo il cor piaga sì rea
E volto a voi vi disse: “Questo è vostro”,
Ond’io restai legato a l’improvviso
Dal chiaro lampeggiar del vostro viso.

Da l’hora in qua son divenuto tale
Ch’io non so conversar più con la gente,
Chiamo la morte, ed il chiamar non vale
Che lei, sorda a i miei preghi, non mi sente;
Son venuto in fastidio a ogni mortale,
Privo di senno, infermo de la mente,
E se crescendo va questo furore,
Uscirò di ragion in tutto fuore.

Presemi amor in una valle in villa,
E fu tra monti il mio dolor primiero
Dove sotto il Vergato si distilla
Il Reno e tiene Felsinea il sentiero,
Né havria sperato mai ch’una scintilla
D’amor fusse in quel luogo alpestro e fero,
Né temendo di lui poco né assai
Incautamente e disarmato andai.

Quivi, mentr’io in libertà cantando
Me’n giva, e tasteggiando i dolci nerbi
De la mia lira, hor con Febo parlando
Hor con le Muse, ahimè, tra i nodi acerbi
Mi trovai stretto, in atto miserando,
Sotto i suoi colpi perfidi e superbi,
E da tal visco son preso sì forte
Che scior non mi potrà tempo né morte.

E chi fu, chi mi prese? Dillo Amore,
Tu che fusti cagion del mio disastro?
Due lumi, che ’l sol passan di splendore,
Ed una gola fatta d’alabastro,
Due belle guancie di vermiglio colore,
Fabbricate per man del sommo Mastro,
Da due labbra rosate, e un dolce riso
E da una fronte, ohimè, che m’ha conquiso.

Una presenza altissima e reale
Da governar e reggere un impero,
Un aspetto virile, e forsi tale
Ch’ovunque gira, allegra l’emispero,
Un bel parlar d’una Sibilla uguale,
Da placar Minos, Pluto e Caron nero,
Due man di bianca neve, e un casto petto
Fu che mi prese, e che mi fè soggetto.

Ahimè, che solo a rimembrar io moro,
Considerando a quelle belle braccia,
Cinte di ricchi e bei manigli d’oro,
Co i quali questo mio cor stringe ed allaccia;
Due grosse perle d’immortal lavoro
Pendan da i lati de la bella faccia,
E i crini, che traean tra ‘l biondo e ‘l nero,
Due grosse trezze con gran magistero.

Due dappi indosso havea, un verde, un bianco,
Il verde sotto, il bianco era di sopra,
La larghe spalle, il rilevato fianco
Coprian, tessuti con mirabil opra,
S’Amor mi fere dunque il lato manco,
Maraviglia non è, che qui mi scopra,
Che qui apparivan la sue membra intatte,
Qual mattutine rose in puro latte.

Il drappo bianco mi promise pace,
E l’altro verde mi promise speme,
Ma l’ primo fin’ adhor stat’ è fallace,
E l’altro par che si concordi insieme:
E qui cresce la doglia, e ‘l cor si sface,
E son’homai vinc’a l’hore estreme,
E se non vien soccorso al mio martire
Privo d’aita mi vedrò morire.

Oh, quante volte quand’erano al loco
Che fu principio al mio duro martire,
Per mirar voi pregai Febo, ch’un poco
Frenass’il corso, e mai mi volse udire,
Anzi, di Dafne l’amoroso gioco
Seguendo più veloce parea dire:
“Seguitar la mia dama voglio anch’io,
Ch’assai più del tuo caso mi prem’ il mio.”

Ma Cintia, più di lui assai pietosa,
Per mitigar alquanto il cor dolente,
Con lieto aspetto e faccia assai gioiosa
Si dimostrava al balcon d’oriente.
Onde, mirando voi, prendeva posa,
E godea lieto, essendo a voi presente,
E contemplando il vostro vago viso
Non mi curava d’altro campo Eliso.

Ma perch’ahimè, volubile e fallace
E’ il volgimento di ciascuna sfera,
Passando il tempo passò la mia pace,
E la mia luce si fè scura e nera,
Né d’altro che di pianto si compiace
Questa trist’alma, e di più ben non spera,
Anzi, vivendo in dolorose tempre,
Si va struggendo e teme pianger sempre.

Pianse ‘l mio cor, quando conobbe certo
Ch’a FELSINA volevamo venire,
Perché vedeva il suo dolor aperto,
E la sua gioia si vedea finire,
Ch’essendovisi dato e ‘n tutto offerto,
E nato al mondo sol per voi servire,
E prendendo da voi ogni conforto
Mancando il vostro lume, ei resta morto.

E ben sapete ch’io v’accompagnai
Per fin ch’entrasti a le paterne porte,
E nel viaggio mai v’abbandonai,
Tanto è ‘l ben che vi voglio e duro e forte,
E dopo, vita mia, ch’io vi lasciai,
Immagine son fatto de la morte,
E senza voi son fatto al tutto cieco,
E ogni tormento e doglia alberga meco.

Quel cibo così dolce e sì soave
Che prendevan quest’occhi, hor tristi e lassi,
Il vago riso, il parlar dolce e grave,
Da far innamorar le pietre e i sassi
Dove son giti? Ohimè, mi sa pur grave
Che così presto una dolcezza passi,
E s’uno vive in doloroso guai
Fermasi il tempo, e non si mova mai.

E gl’è assai tempo ch’io son senza sole,
Né so più dov’andar, poi ch’io non veggio
Privo son delle luci al mondo sole
Che mi tenean de l’allegrezze in seggio.
Tristo chi pon ne l’amorose scole
Il piè, ch’al mondo non si può far peggio,
E non sa che sia ben, né che sia pace,
Chi non prova d’Amor prima la face.

Ma di chi debbo lamentarmi solo,
Se non di me? Ch’il cor posi tant’alto
Che su per l’aria se ne gira a volo,
E temo faccia di Fetonte il salto,
Questo conosco, né il pensier m’involo.
Ma chi può star d’amor al crudo assalto,
Se tanti regi, in tormentosi mali
Hanno provato i colpi de’ suoi strali?

E gl’è pur merto amar una che merta,
Che sia di sangue nobile e gentile
E far la Fama sua nel mondo aperta,
E dedicar a lei l’ingegno e ‘l stile
Ch’amar una villana e una deserta,
Allevata tra’ boschi e ne l’ovile,
Ed esser da ciascun tenuto matto
E gettar via col senno il tempo a un tratto.

Quest’esser dunque deve il mio soggetto,
Questa sola sarà la Musa mia,
Questa porterò ogn’hor scolpita in petto,
Questa porterò sempre in fantasia,
Questa sarà il mio caro e fido oggetto,
Questa sia il lume di mia poesia,
Questa, benchè con verso rozzo e vile
Farò nomar ancor, dal Battro al Tile.

Amor m’ha fatto diventar poeta,
Sol perché io canti i suoi sublimi honori,
Ond’io, se ‘l gran dolor non me lo vieta,
Voglio ch’ancor col tempo ogn’un v’honori,
Ma sol mi duol non giungere a la meta
Di quei rari e dolcissimi scrittori
Ch’io mi vorrei farla, se mi fosse lice,
Più chiara assai che Laura e Beatrice.

Dunque, donna gentil, leggiadra e bella,
Sola conforto e speme del cor mio,
Poi che non vol la mia rauca favella
Ch’io vi possa innalzar quant’el desio,
Essendo a quest’etade sola quella
Ch’allegra il mondo con l’aspetto pio,
Accettate il buon animo, e pensate
Che ‘l merto vostro è di più dignitate.

Quest’è un principio per segnal d’amore
Ch’io faccio adesso, per mostrarvi quanto
Bramo la vostra fama e ‘l vostr’honore,
Io dico il vostro honor sincero tanto,
Né da voi bramo solo altro favore
Poi ch’il mirarvi sol mi lieva il pianto
Che qualche volta, quando mi vedete,
Per darmi vita un sguardo mi porgete.

IL FINE

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                                           Giulio Cesare Croce

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