Dario Mingarelli – Consorzio per la rosa romana..

2019/06/03, Vergato – Ormai, al punto in cui siamo, vi è la necessità di formare il Consorzio della mela rosa romana anche con una certa sollecitudine.

Il progetto, seguito con grande passione dal Prof. Silviero Sansavini, illustrato recentemente, in una conferenza di agricoltori, produttori e appassionati ha raccolto l’unanime consenso dei presenti che hanno mostrato grande disponibilità alla formazione del Consorzio. Si è stabilita la necessita’ di coinvolgere nell’assemblea costitutiva, i Comuni, l’Unione dei Comuni, il Gal e la Regione che saranno invitati a far parte, con un rappresentante, del costituendo Consorzio. Per ora, gli iscritti a questo progetto sono circa 400 considerando agricoltori, produttori, e appassionati interessati a far camminare l’iniziativa. Si deve decidere per quanto riguarda la managerialità dell iniziativa, alcuni importanti aspetti già discussi, ma non avviati ancora a soluzione; abbiamo bisogno di un prestito iniziale da versare all’istituto di credito che ha dato piena disponibilità a svolgere le operazioni necessarie per il corretto funzionamento del Consorzio. In due anni  il lavoro svolto è stato immenso, grazie all’appoggio e alla fattiva e determinante  collaborazione del Dipartimento di Scienze Agrarie-Area Arboree  dell Università di Bologna a cui va il nostro più caloroso ringraziamento; si tratta ora di dare corpo a questo immenso lavoro ancora una volta illustrato magistralmente dal Prof Sansavini nell’articolo che segue.

Dario Mingarelli

L’antica Rosa Romana, risorsa dell’Appennino
di Sìlverio Sansavini – Distal, Università di Bologna

C’è ancora tempo per scoprire un tesoro nascosto dell’Appennino. E’ l’antica mela “Rosa Romana” che per secoli, ha rappresentato, insieme a pere, castagne-marroni e derivati, una delle principali fonti alimentari durante i mesi autunno-invernali per la popolazione e le famiglia contadine della Valle del Reno, ma anche per le altre aree agricole dell’Appennino Emiliano e Toscano.
Oggi questa mela, al pari di altra frutta del passato è quasi scomparsa, ma sopravvivono ancora esemplari di alberi di Rosa Romana piantati nell’anteguerra: sparsi, isolati, oggetto però di recupero di attenzione da parte dei proprietari dei terreni, spesso occupati altrove e dei pochi coltivatori rimasti fedeli alla montagna.
Ma il ritorno di interesse per la Rosa Romana va ben oltre, perché anche nei mercati locali, nelle bancarelle cittadine e in qualche negozio di frutta ben assortito le mele Rosa fanno capolino per la cerchia degli amatori che non sono più soltanto anziani.
La mela Rosa Romana può infatti sostenere il confronto estetico-gustativo e tipoligico, con le mele di varietà straniere oggi dominanti nelle colture industriali delle aree alpine o della pianura, e affermate nei mercati.
Alcuni fattori giocano a favore della Rosa Romana:
-essere una mela ben riconoscibile per forma appiattita e brillante colorazione rosso-rosata, sfumata, della guancia che si esalta sul fondo giallo intenso della buccia. La colorazione è migliore alle altitudini più elevate e scompare nelle zone di pianura (che perciò non può coltivare questa mela)
-ha una polpa compatta, soda, succosa che non si disfa mai, con gusto dolce-acidulo equilibrato. È adatta quindi sia per il consumo fresco, ma è anche molto buona per la cottura e in pasticceria.
Si conserva bene per qualche mese anche in ambiente non refrigerato. Presenta però anche qualche difetto che limita e che può diventare un fattore negativo per la coltivazione e il mercato:
-l’albero è suscettibile ad almeno due malattie: la ticchiolatura (se la primavera è piovosa) e la maculatura ® amara del frutto (specie se la pianta è giovane)
-la pezzatura del frutto è spesso troppo piccola, specie se gli alberi sono troppo carichi di mele, o trascurati e non sono potati, o in assenza di irrigazione (se non piove).
Sono in corso varie iniziative pubblico-private, stimolate dal Gal; politiche commerciali, imprenditoriali e in particolare dell’Università di Bologna, per la realizzazione di un progetto di rilancio della
coltivazione in vari areali appenninici (fra 300 e 900 metri di altitudine) con l’obiettivo di produrre mele da colture biologiche e tecnicamente aggiornate, in quantità sufficiente per raggiungere visibilità sui mercati, distinte da un marchio collettivo che ne tuteli l’identità pomologica- merceologica.
Occorre tempo, sia per la ricerca dei cloni migliori, sia per attivare una propagazione vivaistica soddisfacente a norma di legge, sia per aggregare produttori in un consorzio con disciplinare condiviso e di produzione comune.
Strategica sarà anche l’iniziativa del Comune di Grizzana perla realizzazione di un “pomario diffuso” nei terreni afferenti il Centro di Documentazione Giorgio Morandi ove saranno riunite e conservate per il pubblico tutte le frutte della valle, che nei vari periodi dell’anno potranno fare bella mostra di sé, e incentivare il desiderio del pubblico di conoscere le bellezze paesaggistiche, storico, artistiche della Valle, ma soprattutto antiche mele e pere bolognesi e le altre risorse genetiche autoctone che rendono straordinaria la biodiversità del nostro Appennino.

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