Valle del Reno 1928-4 Marzabotto e le tombe etrusche

2013/03/06, Vergato – Proveniente dall’archivio del dott. Amleto Gardenghi, in questa cronaca del 1928, ecco la storia di Marzabotto.

Il nome di questo comune non sarebbe che negli elenchi scialbi di qualche ufficio né ricorrerebbe di frequente nelle guide, se non fosse collegato alla storia remotissima e di questa storia non avesse offerto bellissimi ed interessantissimi documenti. Come comune e come borgata delle prime alture bolognesi — finché il circondario di Vergato è esi­stito, Marzabotto è stato l’estremo comune a nord  ha non grande importanza : fertile di cereali, di viti e di frutta, con boschi di castagni e di querce, con qualche industria, come quella della brillatura del riso, quella dei cuoi, quella della carta, non avrebbe nulla che lo indicasse all’attenzione del fo­restiero.
Posto a 135 m. d’altitudine, il capoluogo del co­mune, che ha 6380 abitanti (1921) ed è diviso in parecchie frazioni, ha appena 1417 abitanti, ed è di costruzione tutta moderna, quindi niente ha di notevole. Ha lieti dintorni, colli dolcemente scendenti alla valle, ricoperti di boschi o intensamente coltivati, ma nulla lo distingue più di quello che carat­terizza le decine di comuni arrampicantisi sulle prime alture appenniniche. L’importanza non comune gli deriva dalle scoperte fatte a poca distanza dal capoluogo, entro i confini dei vasti poderi costituenti la villa dei Conti Aria.
Il luogo è ad altopiano: il monte ha una spor­genza verso oriente e poi si muta in terra uguale, ma elevata sul fiume che scorre di sotto e che è co­stretto a fare un gomito verso est : Misano si chia­ma l’altopiano e Misanello una breve altura sorgente sopra Misano. Qui fin dal Cinquecento (1550) erano state trovate antichità, vendute o andate disperse.
Il Calindri, nel suo dizionario corografico, parla di idoli di bronzo rinvenuti, fatti in pezzi e poi ven­duti, come rottami, a Bologna.
Il Gozzadini, che sovrintese ai primi scavi fatti ra­zionalmente; afferma che nel 1831 si rinvenne buon numero di statuette in bronzo ed altri oggetti impor­tanti, i quali attirarono l’attenzione di due cultori di antichità, il Miceli ed il Dennis. Ma l’anno di na­scita della necropoli di Marzabotto è il 1862, quan­do il conte Giuseppe Aria cominciò gli scavi rego­lari sotto la direzione del conte Giovanni Gozzadini. Grandissimo materiale uscì fuori dalle prime esca­vazioni, e il Gozzadini da relazione delle scoperte ed avanza le prime sue ipotesi in due lavori, del 1865 e del 1870.
“Una grande necropoli, superata in vastità e gran­dezza solo da quella di Bologna, veniva alla luce, lunga 700 m. e larga in media 340 m. Due strade la tagliavano dall’est all’ovest e dal nord al sud. E dentro questo spazio numerose tombe, in cui erano mescolati i due riti, l’inumazione e la cremazione. E, le tombe erano diverse per ampiezza e per forma: o avevano la forma di tumuli, oppure quella di arche parallelepipedi o cubiche, ricoperte da lastroni.
Tutte queste tombe erano state — chi sa in quali tempi! —. aperte e saccheggiate : gli oggetti d’ oro erano stati rubati, il che si potè dedurre dalle po­che trovate intatte, nelle quali tanto materiale pre­zioso si rinvenne da far supporre che ingenti ric­chezze dovessero esservi contenute.
E gli oggetti d’oro, premurosamente raccolti ed or­dinati dal conte Aria, dovevano poi, dopo molti an­ni, trovar mani del pari rapaci e sparire dagli ar­madi che gelosamente le custodivano. Nonostante il saccheggio, immenso materiale fu raccolto sì da co­stituire un interessante museo, che fu% creato nella villa Aria e che ha avuto l’onore di essere visitato dai membri del Congresso preistorico tenutosi a Bo­logna nell’ottobre del 1871 e da quelli del recente congresso etrusco di Firenze (aprile-maggio 1928).
Frammenti di vasi greci dipinti, frammenti di fit­tili con su parole etrusche, vasi per balsami di ve­tro, statuette di bronzo, che raffigurano Marie e Ve­nere (alcuni non accolgono l’identificazione) e l’Etio­pe che porta un’anfora vinaria, di perfetta fat­tura, vasi di bronzo, grandi e piccoli, ciste di rame, specchi, pezzi di aes rude, oggetti d’oro, alcuni dei quali di lavorazione assai complicata, e poi monili, oggetti fatti di pietre dure, ed ancora cra­ni umani ed ossa d’animali : ecco ricor­dati rapidamente gli oggetti trovati e rac­colti, ordinati con cura nel museo, che è ad un tempo segno della disposizione dei conti Aria — il conte Giuseppe, il conte Pompeo ed il conte Adolfo, l’attuale pro­prietario — alla venerazione di queste sa­cre memorie di uomini lontanissimi nel tempo, e testimonia del loro disinteresse, che tutto questo materiale, che costituisce una ricchezza non calcolabile a cifre, in­vece che rendere esige continue spese di rigida ed oculata sorveglianza.
Come mai — si chiesero gli studiosi di cose antiche — tanta vasta necropoli, contenente ricordi prevalentemente etru­schi con mescolanze di oggetti apparte­nuti ad altre genti, galliche certamente, in una vallata dell’Appennino, poco prima del suo sbocco in pianura, se vicino non esisteva un centro che alimentasse, dire­mo così, la necropoli? Ed ecco farsi stra­da l’idea di un vico floridissimo, dovuto alla forza espansiva etrusca, che moven­do dal sud e seguendo le grandi spacca­ture delle valli, era giunta fino al piano, l’aveva percorso fino al Po ed anche ol­tre, e s’era fermata pure all’ingresso da nord della vallata renana.
Gli scavi procedendo hanno portato alla luce la conferma di questa supposizione: una città sorgeva nel piano di Misano che aveva una rete di strade, con il cardo ed il decumano, case, di cui si ve­dono le fondamenta, mura, di cui si pos­sono osservare gli avanzi, e sopra, a Misanello, era la rocca, l’arce, di cui sono visibili i residui.
Si potè anche dimostrare che qui, a Misanello, alcune costruzioni, o meglio sostruzioni, non erano di case, ma di templi — uno  ad una sola cella e due  tripartiti — e di altari — le due costruzioni quadrate.
Presso alla città — Misa era forse chiamata? si domanda Pericle Ducati nella sua Etruria antica — era la necropoli o le due necropoli (dice il Grenier) saccheggiate.
Ma quanto ancora, forse, resta da scoprire! Le forze di un privato non sono sufficienti per compiere opera sì fatta! Anche troppo generosi verso l’archeo­logia i conti Aria. La collettività deve intervenire, perché è suo dovere e perché appartiene ad essa tutto quel ricco materiale storico; deve intervenire per compiere ciò che privati hanno per disinteres­sato amore all’arte ed alla scienza iniziato.
Se un giorno avvenisse, per disgraziata ipotesi, che il fiume Reno danneggiasse e scavasse del tutto — ha già tanto ingoiato il rapace Reno — di sotto il vasto ripiano, sì da determinarne il crollo, e se quindi si riducessero le possibili scoperte di doma­ni, non si dovrebbero certo far risalire le responsa­bilità a quei conti Aria che invece di essere solo agricoltori hanno voluto essere custodi delle ricchez­ze archeologiche scoperte nella loro villa, ed invece di moltiplicare all’infinito il patrimonio loro, lo hanno speso per circondare la loro necropoli di attenzione e di cure.
Che Misano e Misanello con la città sepolta, l’arce e la necropoli e il Museo Aria diventino proprietà dello Stato non può che essere nei voti di tutti.

da: Le cento città d’Italia illustrate, Valle del Reno Fascicolo 228° 9 Giugno 1928

Vedi anche:
Valle del Reno 1928 – Il Conte Cesare Mattei e il castello della Rocchetta
Valle del Reno 1928 – Vergato in una cronaca del 1928

 

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