Luciano Marchi – Nwl n° 41 Il medioevo digitale

2015/02/21, Porretta Terme – Luciano Marchi – Nwl n° 41 Il medioevo digitale

NEWSLETTER DEL 20/02/2015
     PREMESSA I due sembrano felici, e forse lo sono. Parlano tra loro, si abbracciano, puntano il telefonino su se stessi non dimenticando lo sfondo.“Diciamolo a tutti”, suggerisce lei, “Siamo qui”.Postare è semplice, rapido. Piovono i mi piace.Si riconoscono gli amici (quelli della rete).E’ stato bello. Il giorno dopo?

Altri post, ulteriori condivisioni. Quello scatto è in fondo, lontano; dentro il telefonino, sì: ma senza l’emozione della prima ora.

La fotografia avrebbe fatto altro, perché pensata e non improvvisata nell’arco riflesso del “noi qui”. Sarebbe rimasta, ecco tutto: oggi, domani, sempre.

 

 IL MEDIOEVO DIGITALE

Il titolo non è nostro, ma di un luminare dell’era digitale: Vinton “Vint” Cerf, uno dei “padri di internet”, oggi vicepresidente di Google. In un convegno, il nostro ha detto che ci stiamo lasciando alle spalle un “buco nero” d’informazioni, che avanti nel tempo diventeranno inaccessibili ai più.

Il paragone con l’era più buia della storia dell’umanità sta proprio nella pochezza d’informazioni tramandate e tramandabili. Come dire: non lasceremo nulla che parlerà di noi, forse già agli stessi nipoti.

La ragione? I sistemi operativi, gli applicativi: tutto ciò che fa muovere il mondo digitale.

Il loro continuo aggiornamento porterà a rendere non utilizzabili i dati che abbiamo conservato: un po’ come accadeva per i video giochi di prima generazione, che con i processori veloci non erano più utilizzabili.

Qual è il consiglio di Vinton?

Stampate le vostre fotografie, almeno quelle alle quali tenete maggiormente. Il “bit” non è la salvezza dell’informazione, anzi: anch’esso subirà una “putrefazione” che lo renderà illeggibile, parola di Cerf.

Il deserto digitale paventato dal numero due di Google non è l’unica componente moderna che balza all’occhio. Di pari passo si sono mossi i comportamenti collettivi, globali potremmo dire: tutti spesso convogliati dal telefonino. Sabato sera scorso, durante la finale del Festival di San Remo, il presentatore si è fatto un selfie con gli ospiti di turno.

Era nella logica delle cose: trattandosi di uno scatto alla moda, il conduttore l’ha fatto proprio; quasi per dire: “Sono anch’io dei vostri”.

Ma cos’è quel tipo di fotografia?

Quali componenti muove?

Diciamocelo, non si tratta di un fenomeno aggregante, ma semplicemente di un’esaltazione dell’ego, nella sua solitudine peraltro. Lo scatto si compone di due tre persone (non di più, perché non ci stanno) e di uno sfondo “famoso”, quasi a dire: “C’ero anch’io”. Ben diverso risultava l’autoscatto (ne facciamo ancora?), dove i gitanti, mossi da uno spirito aggregante, si ritraevano insieme (venti, trenta, forse più) alla fine di una gita ben riuscita.
                   

Spesso lo sfondo veniva dimenticato, riducendosi alla corriera che aveva trasportato il gruppo.

I tempi cambiano, questo è certo; per cui non dobbiamo arginare nulla, tantomeno tentare di togliere al telefonino quel ruolo di “accessorio fotografico” che ormai gli appartiene.

Una volta s’iniziava con il solo desiderio, poi si passava all’Istamatic di turno; oggi no: bene. Ma il percorso è ancora lì, tutto da iniziare. Possiamo far vivere la fotografia, perché lo meritiamo; impedendo così che la nostra emozione venga inghiottita (e dimenticata) dai post successivi nei social.

Luciano Marchi

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