25 Aprile 2018, celebrazioni a Vergato. L’intervento del preside prof. Paolo Bernardi

2018/04/27, Vergato – 25 Aprile 2018, celebrazioni a Vergato. L’intervento del preside prof. Paolo Bernardi al termine delle celebrazioni davanti al Monumento ai caduti di tutte le guerre.

Quando Il Sindaco Gnudi, per il tramite di Anselma Capri, mi ha chiesto di tenere assieme a lui il discorso commemorativo per l’anniversario della Liberazione a Vergato, mi sono domandato prima di tutto il perché di questo loro invito, che mi onora e per il quale li ringrazio.

Non sono uno storico, o almeno non lo sono più, anche se nel recente passato ho avuto modo di incrociare la ricerca sulla Resistenza nel bolognese, occupandomi di didattica presso quello che era l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna.

Non sono vergatese, anche se da sei anni faccio il Dirigente Scolastico nell’Istituto di Istruzione superiore di questa città, il Fantini.

Sono, ormai da troppi anni, un uomo di scuola a tempo pieno: qual è, mi sono chiesto, il valore aggiunto che può offrire un mio intervento all’interno di una commemorazione così sentita e così importante per la comunità locale?

Poi la risposta me la sono data, ed è stata quella che mi ha convinto ad accettare l’invito: il valore aggiunto dalla mia presenza era proprio nell’invitare a questo microfono non me, ma l’istituzione che rappresento su questo territorio, chiedendomi di parlare anche a nome di questa e di altre scuole  della montagna, dei loro alunni, dei docenti, e del personale.

E’ la scuola, quindi, ad avere un ruolo centrale all’interno della riflessione sulla Resistenza, oggi. La scuola ed il suo ruolo nella costruzione della memoria di questo evento.

La domanda da cui vorrei partire riguarda dunque la possibilità, attraverso la scuola e non solo, di trasmettere memoria, che è una cosa in parte diversa dalla possibilità di trasmettere delle conoscenze.

La scuola è spesso additata come responsabile principale dell’ignoranza storica delle giovani generazioni, e di fronte a certe amnesie, a certe inconsapevolezze, a certe voragini che talvolta caratterizzano la cultura storica di coloro che sono in età scolare (e non solo), si fa appello alla scuola, come se fosse l’unico agente in grado di porvi rimedio.

Ma, senza voler declinare quella che sicuramente è una nostra responsabilità, una cosa è la conoscenza del passato, un’altra la memoria

Fino a che punto è possibile che la memoria di una generazione entri e si sedimenti nella memoria di un’altra? Non venga, cioè, semplicemente rappresentata, ma diventi un elemento importante dell’identità individuale e collettiva, venga più propriamente vissuta?

La storia basta studiarla (come a volte dicono alcuni insegnanti un po’ pedanti…)? Oppure c’è qualcosa che deve rendere diversa e diversamente significativa per noi la storia e la memoria della Resistenza rispetto a quelle delle guerre puniche o della rivoluzione industriale?

Che cosa può fare sì che i nostri giovani sentano questa vicenda come qualcosa di vicino, e non come passato remoto del tutto cristallizzato?

Su questo, naturalmente, converrebbe  lasciare a loro direttamente la parola, e non è detto che dalle celebrazioni del prossimo anno questo non avvenga.

Per quanto mi riguarda penso che la memoria può restare viva solo se non perde il proprio legame con la dimensione dell’esperienza, con la sedimentazione e l’elaborazione di ‘vissuti’. Ma come si può costruire, oggi, un legame tra la memoria della Resistenza e l’esperienza di chi vi si avvicina oggi?

E, soprattutto, possiamo chiedere tutto questo alla scuola?

La scuola certamente può rispondere a questo; non solo, come si diceva, attraverso la trasmissione della conoscenza, ma soprattutto attraverso la costruzione di momenti esperienziali, di narrazioni, di vissuti, attraverso cioè la ricostruzione di “storie” emblematiche, con la “storia” sullo sfondo. Nel nostro caso, al Fantini questo metodo prende spesso le forme del teatro, come è stato ad esempio per la “piece” che i nostri ragazzi, col regista Alessandro Migliucci,  hanno scritto e recitato nel 2016, col titolo significativo “Memoria di una strage”. E, allo stesso modo, le musiche e i canti degli alunni dell’Istituto Comprensivo di Vergato appartengono a buon diritto a questo tipo di percorso.

Del resto, fin dai tempi più antichi, le comunità umane si poggiano sui grandi “miti di fondazione”, costruiti sulle figure leggendarie degli eroi, dei grandi condottieri, che diventavano radice dell’identità del gruppo e nello stesso tempo delineano un orizzonte di valori e riferimenti capace di orientare la presenza e l’azione della comunità nel mondo presente e verso il futuro: e non c’è dubbio che la Resistenza sia stato il principale “mito di fondazione” dell’Italia Repubblicana.

In questo senso hanno avuto un ruolo centrale, ad esempio nella formazione della mia generazione, i racconti dei genitori e dei nonni, e non solo sulla guerra partigiana, ma anche sui bombardamenti, sulla fame, sugli sfollamenti, sulle deportazioni, sulla prigionia: ma questa è una ricchezza che va scomparendo, se non è ormai scomparsa del tutto.

Poche settimane fa abbiamo pianto la morte di Vittorio Taviani, il regista che, assieme al fratello Paolo, in quel capolavoro che è il film “La notte di San Lorenzo”, rappresentò i partigiani come eroi omerici, visti attraverso gli occhi di una bambina che, mentre li vede combattere coi fascisti, li confonde nella fantasia con le immagini dell’Iliade.

Ma perché sentiamo il bisogno, oggi, di riaffermare la necessità di difendere, o addirittura di rilanciare, la memoria della Resistenza come elemento forte per l’identità della nostra comunità? Perché sentiamo che oggi questo elemento è fortemente a rischio.

Il processo di costruzione di una memoria identitaria comporta due condizioni necessarie: la continuità e la condivisione della memoria

Condivisa non vuol dire “unica”, come nei regimi totalitari che fanno del controllo sulla memoria (e in qualche caso perfino dell’invenzione della memoria) uno strumento essenziale per la costruzione del consenso. Si pensi al Fascismo ed all’uso fatto dal regime della memoria, spesso forzata dalla propaganda, dell’Impero Romano o della Grande Guerra.

E condivisa non vuol dire nemmeno “pacificata”, come nel tentativo, fatto sempre più spesso a partire dagli anni ‘90, di legittimare anche un bipolarismo della memoria, come se si potessero pareggiare le ragioni che si sarebbero trovate in egual misura “da una parte e dall’altra”.

Gli anni del bipolarismo politico hanno poi anche rappresentato una, seppur sincopata, parziale e temporanea, interruzione del flusso di quella memoria, il che è molto significativo, perché l’altro carattere forte di una memoria condivisa è la sua continuità nel tempo: la cosiddetta “seconda repubblica” –  che ora già declina verso la terza – non ha sedimentato identità, non ha costruito punti di riferimento a lungo termine, non ha saputo dare un senso al proprio agire oltre a quello dell’immediato “ora e subito”. La smemorataggine è diventata la regola.

La nostra sfida di oggi è dunque quella di riaffermare l’importanza di possedere delle idee e dei punti di riferimento (senza indulgere alla retorica o cadere in nuovi fondamentalismi) piuttosto che il nulla. E non si tratta di resuscitare vecchie contrapposizioni ideologiche, ma di affermare alcuni punti di riferimento utili da consegnare ai nostri giovani per affrontare l’oggi.

E di queste idee, di questi punti di riferimento ne fisserei tre, che ritengo prioritari: responsabilità, dignità dell’individuo, universalità.

Le storie degli uomini e delle donne della Resistenza sono per prima cosa storie di un’assunzione di responsabilità, di una reazione alla comodità del “non me ne importa niente”. La scelta di combattere, ma anche quella di dare vita ai piccoli e grandi gesti quotidiani che, nel contesto del grande orrore della guerra, avevano la funzione di restituire dignità agli uomini ed alle donne, non solo a quelli della propria famiglia, o della comunità di cui si faceva parte, ma nell’ottica di una cittadinanza universale, che superasse tutti i confini.

E’ quell’universalità che ci consente di inserire a buon diritto, a fianco di quelle dei nostri concittadini, le storie degli amici brasiliani che, 70 anni fa, attraversarono l’oceano per venire volontariamente in Italia (che solo per alcuni di loro significava tornare nella terra dei padri), assumendosi la responsabilità di combattere per ridare dignità all’umanità universale alla quale sentivano di appartenere. 

Che fare dunque, e non solo a scuola, ma anche in famiglia e nella comunità sociale che deve riprendere i suoi spazi di aggregazione e di dialogo?

Per prima cosa, è necessario continuare a studiare: semplicemente, banalmente.

Non dando per scontato che “si sa già”, solo perché, negli ultimi anni, si è partecipato a un certo numero di giornate della memoria; ma usando fonti di informazione varie e diverse e imparando a riconoscere, per ciascuna, cosa ci può dare e cosa non ci può dare: per esempio che c’è differenza tra il ruolo del testimone e quello dello storico, entrambi importanti ma non assimilabili, oppure tra il fascino del cinema da un lato, e dall’altra il dato, più arido ma indispensabile, del materiale d’archivio. Rispondere alle domande: chi, dove, come, quando, quanti? Per poter arrivare a porsi sensatamente dei perché.

Poi, evitare la ritualizzazione e la museificazione, e proporre esperienze nella storia e con la storia: in questo si inserisce ad esempio il fatto che Vergato si candidi oggi ad essere una delle porte di accesso più significative ad un percorso ricco di valori storici e culturali come la Linea Gotica.

L’individuazione e la pulizia di trincee e bunker, la realizzazione di itinerari, il tutto con lo scopo di far diventare la “Linea Gotica” un vero e proprio percorso esperienziale,  lungo circa 100 kilometri, che coinvolge 20 Comuni e che vede come capofila l’Unione Appennino Bolognese. Conoscere coi piedi, prima che con la testa…

Ed infine, provare a passare da una pedagogia della morte a una pedagogia della vita. Una proposta per i nostri studenti può essere quella di scegliere una storia, ricostruire una biografia, “adottare” una persona vera, magari non una di quelle già molto conosciute, prenderla come compagna di strada nel percorso verso la conoscenza di questa pagina del Novecento. Non per sostituire la storia, ma per tenerla legata alla vita (a me ad esempio studiando le storie dei caduti di Sabbiuno di Paderno, aveva molto colpito la storia di Efrem Benati ed Emilio Bussolari, studente l’uno e bidello l’altro nella stessa scuola, combattenti assieme ad Anzola dell’Emilia e fucilati insieme sul ciglio del calanco, nel dicembre del ‘44).

Vedere persone e non solo partigiani: le persone sono soggettività complesse. Accomunate dal fatto di essere tutte vittime di una stessa macchina infernale, ma in realtà molto diverse tra loro: gli oppositori, i resistenti, gli antifascisti non furono sempre ineccepibili e perfetti, e vanno raccontati nella loro umanità e quotidianità.

E vedere le persone accanto ai partigiani: le vittime dei bombardamenti, della fame, degli  sfollamenti, e tutte le storie di aiuto e solidarietà che si sono scritte in quei contesti  “Virtù quotidiane”, che non sono necessariamente “virtù eroiche” ma che oggi sono sempre più indispensabili nel nostro confronto quotidiano con gli altri.

Le virtù di cui abbiamo più bisogno oggi forse non sono quelle dei grandi eroi, ma quelle delle persone “normali”, come i pescatori di Lampedusa, che comunque cercano di non lasciar morire le persone in mare, o come i semplici cittadini che nelle nostre città offrono a chi fugge dalla guerra o dalla miseria un’accoglienza dignitosa, scuola, casa e lavoro, o come le donne e gli uomini che, a Reggio Emilia come a Palermo, nonostante tutto continuano a denunciare le violenze della mafia.

E anche per fare questo ci vuole molto, molto coraggio.

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