Luciano marchi – Nwl. nr.87 La nevicata

2018/05/07, Vergato – Luciano marchi – Nwl. nr.87 La nevicata

NEWSLETTER DEL 07/05/2018
                                       LA NEVICATA

Iniziava a nevicare. Sergio se lo aspettava, dal giorno prima. Era stato l’odore a insospettirlo, quello secco, pungente, che copre persino l’idea delle cose. Aveva così preparato la pala vicino alla porta. Il giorno dopo ne avrebbe cosparso di cera la parte concava. Era stato Duilio a suggerirglielo, tanti anni prima: “Se non lo fai, la neve rimane attaccata al badile”.

Sergio si era avvicinato alla finestra. Con delicatezza, aveva scostato il tendino. Il bianco iniziava a coprire le cose: il marciapiede, il tetto della legnaia, il filo del telefono. Solo il ciliegio stava resistendo, ma a breve si sarebbe imbiancato anche lui, iniziando dai brocchi più grossi.

Nevicherà tutta notte”, si era detto; ma più che una certezza si trattava di un desiderio. Lui amava quei momenti. Il tempo rallentava e, per qualche giorno, sarebbe cambiata la dimensione della sua vita. Avrebbe indossato gli scarponi e anche la mantella pesante, coprendo il capo col cappello del nonno: quello che tutto l’anno rimaneva sull’attaccapanni della camera da letto.

Lui abitava da solo quella piccola casa, ormai da anni. Non aveva cambiato nulla, tanto che gli oggetti mostravano elegantemente una patina consunta. La maniglia della porta era lucida per l’uso, così come il passamano in legno delle scale. Il ricordo della madre era troppo forte, e sentito, per desiderare di cambiare anche solo uno scaffale. Alle volte si trovava anche a parlarle, soprattutto d’inverno, quando la vedeva seduta in poltrona, con le gambe coperte dal plaid, a guardare fuori il freddo del buio.

Sergio aveva scelto così, preferendo la madre alla vita. Ma forse una decisione non l’aveva mai presa, e tutto era capitato per caso: anno dopo anno. Lui attribuiva la colpa ai luoghi, alle scarse opportunità, a quel panorama che appariva sempre rassicurante; ma forse non era così. Le stagioni si susseguivano con decisione: l’inverno si stava chiusi in casa, aspettando la primavera. Arrivava poi la promessa dell’estate e la gente della città, però Sergio non si sapeva raccontare, e nemmeno vestire. Anche al bar, su in piazza, veniva riconosciuto come un montanaro, timido e introverso, dal capello tagliato male e le scarpe fuori moda.

La neve invernale diventava per lui un diversivo, quasi un teatro nuovo nel quale confrontarsi. Sapeva dove il manto nevoso si sarebbe accumulato e che forma avrebbero assunto gli oggetti. La panchina del cortile si sarebbe vista appena e un po’ di neve avrebbe ingigantito la maniglia della legnaia. Il davanzale della finestra di fronte, spigoloso e di sasso, si sarebbe arrotondato di bianco, con un velo di neve sottile e ghiacciato.

Quando il manto avesse raggiunto “la scarpa”, avrebbe percepito il rumore delle pale: quelle dei vicini. Ma ormai non c’era più nessuno e solo lui avrebbe scavato la “rotta” fino in piazza, passando di fronte alla casa di Giuseppina.

Già, Giuseppina. Lei viveva ancora. Insieme si erano accompagnati per tutta la vita, senza mai trovare il modo di sfiorarsi. Solo da bambini avevano mostrato l’un l’altro le proprie diversità, dietro la siepe dell’aia; ed era successo spesso, ma il tempo dei luoghi li avevano relegati alle proprie case, ai genitori anziani, a quel lembo d’orto che d’estate proliferava di pomodori e insalata.

Si volevano bene, i due; ma le abitudini dei luoghi aumentavano le distanze. Non avrebbero mai potuto nascondersi, neanche per condividere un segreto. C’erano riusciti solo da bambini, dietro la siepe dell’aia, quando il richiamo deciso di una madre li aveva costretti a rivestirsi in fretta, col fiatone dentro al petto e il sudore sulle labbra.

La neve li aveva aiutati, una volta. Lei, vedendolo di fronte casa, gli era corso incontro e gli aveva imbiancato la testa. Lui rimase fermo, intuendo l’affettività del gesto; poi la raggiunse, prendendole le mani. Entrambi percepirono un calore nuovo, antico forse; quasi un richiamo che provenisse da lontano: oltre i desideri e le speranze, prima dello stesso pensiero. Si erano guardati a lungo, quasi con paura; anche quando le stelle di ghiaccio iniziavano ad aggrapparsi alle sopracciglia.

Sergio era tornato dalla madre, Giuseppina dai suoi. Lui avrebbe guardato a lungo la casa di fronte, nella speranza di riconoscerla. Provava ancora il richiamo antico dei corpi, ma la distanza era troppa: esagerata dalle abitudini e dai luoghi.

Era mattina. Sergio prese la pala per iniziare la rotta. La neve crepitava sotto i piedi mentre riconosceva l’orizzonte vestito di bianco. La fontanella gorgogliava ancora, ma il getto d’acqua s’infilava in un buco bianco, anch’esso di neve.

Faticava, Sergio, più dell’anno prima. Andando avanti si accorgeva come la rotta stesse stringendosi. Continuava a nevicare e già s’imbiancava la strada che aveva liberato. Con la pala in mano, pensò al tempo, il suo, alla madre che non c’era, ai vicini, alla vita che lo aveva trattenuto lì quasi per forza.

Giunse di fronte alla casa di Giuseppina che era stremato. Poggiò il gomito sul manico del badile e guardò indietro. La luce di casa s’intravedeva appena: giallastra, quasi tremula.

S’apri una porta e dei ghiaccioli di neve scivolarono giù lungo il collo, sotto il bavero della giubba. Era Giuseppina. La guardò, si guardarono. Passò del tempo, tanto, infinito. Gli occhi non erano più quelli, però; e se ne accorsero entrambi.

Si voltarono. La distanza era ancora troppa: quella delle abitudini e dei luoghi.

Nevicò tutta la notte.

Luciano Marchi

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