Rita Ciampichetti racconta; ‘NA BÈLA CIARÈ D’ÒV …

2020/01/25, Vergato – Racconta la Rita;

Rita Ciampichetti

‘NA BÈLA CIARÈ D’ÒV …Fino a non molti decenni fa, specialmente da parte delle nonne, si continuavano ad adottare antichi rimedi, ereditati dal passato, per dare sollievo a malanni o infortuni non particolarmente gravi.A quei tempi non c’era certo l’abitudine di andare spesso in farmacia, anche perché scordiamoci l’esistenza dell’assortimento di farmaci, parafarmaci e prodotti similari di oggi.

Tutti i disturbi possono contare ora nella presenza sul mercato di almeno i cinque o sei marchi di prodotti, più o meno validi, per la loro cura: di origine chimica, omeopatica, erboristica, alternativa, ognuno può scegliere, secondo le proprie preferenze, il sollievo da acquistare. Negli anni sessanta, non era proprio così.Quando avevo circa sei anni ricordo che scivolai giù per una scarpata e presi una brutta storta.

Piangevo dal male ed una vicina di casa disse a mia mamma: “Dmànden a la Zaira ‘d fer ‘na bèla ciarè d’òv …”.Arrivò in casa la “nonna” Zaira (la chiamavo così), che chiese a mia mamma alcune uova, le ruppe e separò le chiare dai tuorli, poi, con una forchetta, inizio a sbattere forte le chiare, ma non “a neve”, si fece dare dalla mamma delle strisce di tela che impiastricciò con la “chiarata” e con quelle mi fasciò stretta stretta la caviglia. Mano a mano che le bende si asciugavano la fasciatura diventava sempre più dura e stretta. La tenni qualche giorno e il male sparì.Questo era uno dei tanti palliativi di allora, ma ne esistevano altri che più o meno ognuno di noi penso abbia provato, se poi risolvevano il male è tutto da stabilire, forse assumevano un effetto placebo tale per cui, riponendo in loro sì tanta fiducia, ti sentivi subito un po’ meglio.Quando avevo male all’orecchio la mamma mi colava dentro un goccino di olio caldo e poi sigillava il padiglione con un batuffolo di cotone idrofilo, se invece sbattevo la testa e mi facevo un bernoccolo ecco che sulla parte contusa veniva applicata la carta gialla del macellaio opportunamente bagnata.

Chi non ha immerso un dito dolorante per un brutto “gira-dito” in acqua salata bollente? Un rimedio senza dubbio empirico che richiedeva una buona dose di coraggio, ma che, pur provocandoti una ustione di primo grado, risolveva il problema.In occasione della comparsa di una antiestetica herpes sulle labbra, la “febbre”, il suggerimento di mia nonna era quello di bagnarla con la prima pipì della mattina… mai sperimentato, quindi non so se il rimedio è valido.Non parliamo poi di tutte quelle situazioni che richiedevano un intervento particolare da parte di chi aveva il potere di “segnare” alcuni mali. Un tempo il rito della “segnatura”, che prevede la recita di alcune specifiche formule con la contemporanea esecuzione di gesti simbolici religiosi, veniva utilizzato nei moltissimi casi della vita quotidiana in cui era richiesto un intervento terapeutico. Questa forma di cura che unisce il mondo arcano a quello mistico, oggi è praticata in forme isolata, ma chi ha la sfortuna per esempio di essere colpito dal Fuoco di Sant’Antonio, oltre a prendere massicce quantità di anti-virali, si fa comunque “segnare” che intanto male non fa.

Il problema rimane di trovare ancora chi ha il dono.Mia suocera Rosita invece credeva nelle proprietà curative delle piante ed era particolarmente portata nella preparazione di infusi e decotti, ancora prima dei successi dell’Antica Erboristeria.D’estate, quando il profumo dei tigli in fiore diventava così intenso da ubriacarti, andavamo a Cavacchio dalla Dina Gasperi a raccogliere le infiorescenze di questi alberi, le metteva a seccare all’ombra e le riponeva in grandi vasi dal coperchio di vetro. In inverno quando la tosse diventava particolarmente stizzosa preparava una tisana alla quale aggiungeva un abbondante cucchiaio di miele e te la faceva bere bella calda. La tosse si calmava e riuscivi a dormire un poco. Raccoglieva anche la malva per le infiammazioni in bocca, preparava poi un liquore cento erbe potentissimo digestivo e ricordo ancora un vaso pieno di olio dove erano immerse castagne d’india ed altre bacche. Con quest’olio leggermente scaldato si frizionava le ginocchia doloranti per le artrosi.Due ricordi d’infanzia correlati invece a due dei pochi medicinali da banco particolarmente in voga a quei tempi, mi fanno ripensare alla cura del raffreddore e ad una terapia da farsi i primi giorni di vacanza al mare.

Quando da bambino un raffreddore particolarmente pesante ti chiudeva il naso e non ti faceva respirare, alla sera, quando eri già a letto, arrivava la mamma con un vasetto blu e ti spalmava sia il petto sia la schiena con un nutrito strato di Vicks Vaporub, dopo di che ci metteva sopra una pezza di flanella fatta scaldare per bene vicino alla stufa economica e ti rincalzava le coperte. Sotto la spessa coperta imbottita le esalazioni di eucalipto non solo ti aprivano il naso, ma ti facevano lacrimare anche gli occhi, però era una coccola materna che ti faceva comunque sentire un po’ meglio. Per un po’ di anni la pomata l’hanno tolta dal commercio paventando non so quali effetti collaterali, poi ho visto che recentemente è ritornata di moda.L’altro prodotto era un purgante: il Rim (Regolatore Intestinale Murri).Non so per quale credenza in voga a quei tempi, ma quando “cambiavi aria” vale a dire ti spostavi dal paesello natio per andare per un periodo di tempo in altro posto, dovevi assolutamente purgarti, altrimenti gli effetti benefici delle vacanze andavano a farsi benedire. Per fortuna che il Rim era una sorta di quadratino di gelatina di frutta ricoperto di zucchero e quindi assomigliava tanto ad una caramella e piaceva molto ai bambini, pertanto era una cura comunque gradita.Alla fine di questa divagazione, penso che valga la pena spendere qualche parola nella descrizione del rimedio per eccellenza che ha dato sollievo, nei tempi passati, a generazioni di bambini.

Oggi le giovani mammine, quando portano a spasso le loro creature, sono attrezzatissime: ho osservato mia figlia. Nello zaino, la borsa da passeggio che caratterizza qualsiasi neo mamma e che sostituirà per alcuni anni quella tradizionale, tengono tutto quello che serve per far fronte a qualsiasi emergenza: salviette idratanti, detergenti, igienizzanti, cerotti, creme, spray contro le punture di zanzare, amuchina gel per sconfiggere germi e batteri,Noi potevano contare su un unico ed impareggiabile prodotto: “AL SPUDÂC ‘D MAMA”Suvvia, non facciamo gli schizzinosi!Chi non ha visto la propria madre inumidire con la saliva l’angolo più pulito del suo fazzoletto da naso (quelli di carta non esistevano ancora) per pulire una sbucciatura, una “sbarusla” che ci eravamo fatti? In fine dei conti sono note le virtù medicamentose della saliva e ogni brava genitrice del mondo animale “slappa” con affetto il suo cucciolo.A mio avviso le ditte farmaceutiche dovrebbero studiare invece le incredibili proprietà dello “SPUDÂC ‘D MAMA” che oltre ad essere antisettico, detergente, idratante diventa particolarmente efficace e consolatorio specialmente quando la mamma, oltre a disinfettare con un po’ di saliva la “bua”, recita anche questa formula magica che ha la capacità di asciugare ogni lacrima:“Mêrda, mêrdenna Mêrda ed galéńna, Mêrda ed galétt Dmân l’è beli sec”

Rita Ciampichetti

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