Luciano Marchi – L’alba

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2020/06/14, Porretta – Nwl n° 112; L’ALBA. A lui piaceva il vento nei capelli e per questo amava guidare la sua Vespa.

Bastava un colpo di pedale e il ritmo sincopato del motore avrebbe anticipato un tempo libero e spensierato, da osservare attraverso gli occhiali da sole, rigorosamente “a specchio” allora.

Quella mattina, il ritmo delle curve si susseguiva con continuità, come le altre volte; ed era piacevole riaccelerare subito dopo una svolta, anche solo per sentirsi padroni del mezzo a due ruote.

All’improvviso, ecco un colpo secco. Il rumore del motore lasciò il posto a un suono sordo e ovattato. A Luciano apparve uno scenario diverso, leggermente più colorato, dove tutto avveniva lentamente.

Il manubrio iniziò a staccarsi dalle sue mani, senza che lui potesse impedirlo; la Vespa s’inclinò sulla sinistra e i piedi toccarono terra, prima uno e poi l’altro. Gli occhiali anticiparono la caduta, terminata con le mani sull’asfalto ruvido.

Luciano scivolò in avanti, per un tempo interminabile; mentre lo scooter girava su se stesso scagliando scintille.

Qualcuno parlava, ma non era facile comprenderne la voce, perché un ronzio acuto impediva il sentire. Gli occhiali erano scheggiati, la Vespa reclinata a bordo strada col motore ancora acceso.

La mano sinistra lasciava scorrere una goccia di sangue, che si staccava all’altezza del polso.

Era tutto finito. Il tempo riprendeva la sua cadenza solita, sempre con lentezza però.

Serve aiuto?”, chiese una voce.

Luciano non rispose, preoccupandosi anzitutto di spegnere il motore del suo scooter. Con una rapida occhiata, cercò di valutarne i danni. Il mezzo meccanico ora gli appariva quasi come estraneo. In qualche modo era stato tradito.

Sta bene?”, chiese la voce di prima.

Credo di sì”, rispose Luciano, che intanto cercava di rassettare pantaloni e giubbotto. Rimase deluso dai graffi, che scorse all’altezza di gomiti e ginocchia. La mano sinistra sanguinava, ora più copiosamente.

Meglio farla vedere quella mano”, gli fu suggerito. Lui non si oppose.

Il dottore stava finendo la medicazione.

Com’è successo?”, chiese.

Come?”, rispose Luciano. “Meglio sarebbe dire: quando”.

E’ caduto stamane, no?”.

Certo, ma il tempo sembrava non finire mai”.

E’ la percezione di chi cade o di coloro che vengono coinvolti in un incidente”, disse il medico.

Il tempo si dilata”.

Entrambi si alzarono.

La prossima volta stia più attento”, suggerì il dottore.

Per tutto quel tempo?”.

Si lasciarono con un sorriso.

Di certo, la caduta in scooter aveva sollevato in Luciano numerosi interrogativi, che portava sempre con sé, particolarmente durante le escursioni fotografiche. Ogni tanto si guardava la mano fasciata, che peraltro gli rendeva la vita difficile; ma era la dimensione tempo a incuriosirlo, il suo divenire tra sguardo, idea, cuore.

Spesso si rifugiava nel bosco e lì percepiva come, stando fermo, magari seduto su un sasso, la natura riprendesse il suo corso, lentamente. Topolini, insetti e picchi tornavano ai loro mestieri, senza ore o minuti, con un ritmo tutto loro.

Nei prati, era un po’ la stessa cosa; grilli e cavallette gli saltavano di fianco. Osservandoli, Luciano si perdeva: non c’era né oggi, né domani; tanto meno “quell’adesso” che ci confina tutti. Venivano a mancare gli appuntamenti umani, quelli che dal nulla ci suggeriscono un’esistenza specifica, ma spesso subordinata a fattori esterni, a volte solo marginalmente utili.

La vita riprese il suo corso. Dei due punti di sutura non era rimasto neanche un segno.

Luciano riconobbe la Vespa come amica e la fece sistemare. Rimase aperta la questione del tempo, non più fluido come lo intendeva un tempo. “C’è sempre un istante decisivo”, aveva letto in un libro e lui iniziò a pensare a come riconoscerlo, soprattutto all’interno di una dimensione elastica, malleabile, quale quella del divenire.

Guidava lentamente, quella mattina: era ancora buio. I fari tagliavano la strada e in curva illuminavano alberi e rocce. Canticchiava, come spesso gli capitava, quasi senza saperlo. Cercava un ritmo a lui congeniale, tra freno e acceleratore, un po’ come sulla Vespa.

Vai piano”, gli aveva consigliato la moglie; e lui convenne con se stesso che mai era andato veloce.

All’improvviso, una macchia bianca s’intromise nel cono di luce degli abbaglianti. Un leprotto correva goffamente, a zig zag, sulla strada illuminata. Sembrava non riuscisse a cambiare direzione, a uscire dalla luce dei fari.

A un certo punto, l’animale si fermò, sedendosi. Affrontava l’auto di petto, quasi avesse scelto il suo destino, con uno sguardo fisso, giallognolo e deciso.

Luciano frenò bruscamente e rimase a guardare. Gli istanti passavano lenti, ma la lepre non si muoveva. Ormai vi era un incrocio di sguardi, che continuò anche a motore spento. Guardavano cose diverse, i due: l’uno gli occhi dell’animale, l’altra una scena indefinita, forse l’ultima della sua vita. Il suo tempo era finito.

Luciano scese dall’auto. Appoggiò lo sportello, senza chiuderlo: per non fare rumore; lentamente diresse i passi verso l’animale, che intanto non si muoveva. Allungò una mano fino a sfiorare le lunghe orecchie. La lepre ebbe un sussulto, poi corse via.

C’è un tempo che finisce”, si disse Luciano. “Lento finché si vuole, ma che arriva a termine; anche perché, molto spesso, è pure degli altri”.

Luciano raggiunse Orsigna, poi Case Corrieri. Lì lasciò l’auto e proseguì a piedi. I faggi lo accompagnavano nel cammino. Pensava alla sua Vespa e anche alla lepre.

Al rifugio Portafranca sistemò il treppiede, poi fu l’alba: prima un taglio di luce ricurvo, poi un giallo più intenso. Il tempo era lento, ma sarebbe finito: a lui spettava scegliere il come e il quando, decidere l’istante decisivo; e lo fece con convinzione, poi rimase a guardare.

Di ritorno a casa avrebbe fatto un giro in Vespa, perché il tempo è anche un’esperienza.

Luciano Marchi

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