Rita Ciampichetti – Al scialén.. per la serie indumenti in disuso

2026/01/13, Vergato – I racconti brevi della Rita, sempre viaggi affascinanti nella memoria della vita dei nostri antenati e forse… nostra, solo vissuta qualche anno fa!

Racconti brevi ma che diventano puntate per la serie:

Al scialén.. per la serie indumenti in disuso

Ho da sempre avuto una brutta abitudine, tuttora mantenuta, da considerarsi ad alto rischio ed infatti a volte la pago con mal di gola e raffreddori.

E’ dovuta alla fretta e a una sottovalutazione delle possibili conseguenze.

Se devo uscire per pochi minuti fuori, per esempio a ritirare qualche pezzo di biancheria stesa o per prendere vettovaglie conservate in terrazza, esco come sono vestita in casa e considerate le temperature di questi giorni senza alcun dubbio non è molto salutare.

La rivedo mia suocera che in queste occasioni mi gridava dietro: “Mo c’sa fet? Vot ch’at vègna un azidèint? Méttet adòs almànc quast…..” e togliendoselo dalle spalle mi offriva il suo sciallino mille colori fatto all’uncinetto con lana di recupero che ovviamente rifiutavo ribattendo “Vado e torno in un secondo.. cosa vuoi che mi succeda?

Lo sciallino… al scialén è statoun indumento della tradizione femminile che in un passato non troppo lontano era molto diffuso e direi di una praticità che solo l’immaginazione e l’inventiva di una donna poteva concepire e chiedo venia al genere maschile.

Un piccolo scialle di forma rotonda che copriva le spalle e la parte superiore delle braccia che proteggeva dal freddo, ma nello stesso tempo consentiva quella libertà di movimento assolutamente necessaria per lo svolgimento delle usuali attività domestiche.

Al primo abbassarsi delle temperature al scialén veniva tirato fuori dai cassetti o dall’armadio dove aveva passato l’estate in compagnia della naftalina e indossato per ripararsi dal freddo delle abitazioni a quei tempi meno riscaldate di oggi e negli spostamenti esterni di breve durata.

L’arzdora aveva necessità di andare a chiudere il pollaio o di recarsi nell’orto a prendere gli odori per il soffritto o alla bottega sotto casa per comprare lo zucchero? Non si sognava certamente di usare e sciupare l’unico cappotto a disposizione per andare a Messa conservato con cura dentro all’armadio in camera da letto. Se chiudo gli occhi mi sembra di vederla, uscire velocemente dalla porta di casa in grembiule, fazzoletto in testa e sciallino sulle spalle chiuso davanti con una grande e sicura spilla da balia.

Non venivano di certo usati solo in campagna, penso che qualche anno fa sia stato un indumento femminile molto diffuso in qualsiasi ambiente e ceto sociale prima dell’avvento di sistemi di riscaldamento diffusi, di felpe e piumini, eleganti pashmine e ingombranti sciarponi.

Mia suocera Rosita ne ha confezionati diversi, lavorati all’uncinetto e solitamente con lana avanzata e recuperata, ricordiamoci sempre che una volta non si sprecava o si buttava via niente, specialmente se il capo era fatto con pura lana vergine, una volta dismesso, il prezioso filato era recuperato e riciclato per altre lavorazioni.

Ricordo ancora il lungo lavoro: il maglione veniva scucito, trovato il capo del filo che veniva avvolto sull’arcolaio per fare le matasse, le matasse venivano poi lavate, fatte asciugare e riavvolte in gomitoli pronti per essere riutilizzati.

Quanto tempo passato a braccia allargate con la matassa stesa, mentre mia suocera riavvolgeva il filo in gomitolo ed io con l’occhio attento a guardare il movimento del filo teso pronta a ruotare il polso per farlo passare senza intoppi.

Successivamente armata di uncinetto la Rosita si sbizzarriva con la fantasia e con punti alti e catenelle componeva bellissimi motivi fino alla realizzazione finale di un cerchio di lana che ripiegato a metà formava un’avvolgente, calda e morbida mantellina.

Qualche volta i filati recuperati erano di colore diverso e quindi l’abilità stava anche nel loro corretto abbinamento per garantire la necessaria armonia.

A casa della mia mamma ho recuperato due sciallini. Erano della mia nonna materna e quando morì la mia mamma li volle e li conservò per ricordo.

Uno praticamente nuovo è di un bel colore glicine, l’altro, di colore rosa pallido, mostra i segni di un maggior utilizzo.

Mia suocera mi diceva che quelli fatti con lana bianca e rosa non riciclata solitamente erano confezionati e poi “tenuti da conto” perché erano utilizzati per coprirsi le spalle quando si doveva stare a letto perché ammalati e veniva il dottore in visita, oppure erano regalati alle neo mamme che li utilizzavano durante l’allattamento al seno del loro bambino.

Quanta storia, tradizione e amore in questo semplice accessorio di abbigliamento femminile!

Chissà se l’evoluzione della moda porterà alla riscoperta dello scialén anche se il progresso ha fatto sì che oggi le nostre case ben riscaldate hanno reso meno impellente il bisogno di ripararsi dal freddo e la disponibilità di capi di abbigliamento confezionati con materiali leggeri ma altamente performanti per le basse temperature hanno di fatto decretato la fine nell’utilizzo del tradizionale scialle.

Chi si azzarderebbe a farsi vedere in giro con indosso lo scialén della nonna e soprattutto chi ha il tempo da dedicare alla sua realizzazione a mano, magari seguendo lo stesso metodo del riutilizzo degli avanzi di lana?

Conserverò con cura i due scialèn della nonna Giulia senz’altro per un suo ricordo, ma chissà….. considerati i tempi che corrono potrebbero anche ritornare ad essere utili come un tempo…. a sperän ‘d no!

Rita Ciampichetti, 2026

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